Tutta colpa di internet

La cronaca. Un ragazzino di 12 anni acquista giochi online per un totale di 8.000 euro e paga con la carta di credito della mamma. È successo nei giorni scorsi a Mestre. La notizia, manco a dirlo, è rimbalzata subito fra una ridda di disquisizioni miste di paternalismo e intimidazioni.

In ogni caso, sfrondando fra le varie teorie rocambolesche, va detto che appare piuttosto vano (se non impossibile) il tentativo teso a recuperare la somma da parte del genitore.

È vero che “l’incauto acquisto” l’ha fatto un minore, ma appunto perché non maggiorenne bisognerebbe chiedersi prima di tutto come faceva il medesimo ad avere la disponibilità della carta di credito della famiglia. Peraltro, le controversie sugli acquisti online tutelano (rimborso compreso) solo quando non si riceve ciò per cui si è pagato. Non è questo il caso.

Ovviamente, quando internet non c’era questi episodi non potevano (evidentemente) succedere. Tuttavia, senza eccedere in avventure dialettiche psicologiche e pedagogiche si può ben affermare come invece da sempre esista il principio della responsabilità dei genitori sui propri figli. Sia ben chiaro, siamo stati figli adolescenti tutti e non raccontavamo certo ogni cosa che facevamo in giro (e in casa), ma ricordo bene come mia mamma ci impiegava un attimo a mettermi all’angolo per farmi confessare le mie marachelle. Un’attenzione che in quel momento scambiavo per coercizione, ma poi anni dopo l’avrei interpretata come inevitabili segni di tutela nei miei confronti. Inutile aggiungere che quelle “lezioni” man mano diventavano preziosa esperienza per accrescere la mia consapevolezza sulle cose e sul mondo.

Ora, mi sembra che si stia sbagliando bersaglio. Da una parte ci si fa scudo con l’incompetenza tecnologica dei genitori analogici (anche se nel caso di specie, a occhio e croce, la mamma dovrebbe appartenere alla categoria degli immigrati digitali), dall’altra si fanno risalire tutte le responsabilità alla rete e alla sua pervasività. Su quest’ultimo aspetto, non escludo che si debbano apportare dei correttivi, soprattutto in ordine a pratiche “beffarde” come quella del freemium in ambito video-ludico, ma torno a dire che non bisogna essere degli ingegneri informatici per capire di non lasciare la piena disponibilità del proprio conto corrente in mano a un bambino.

Va da sé che la regolamentazione esclusiva sul piano tecnico (filtri, blocchi, parental control) ha effetto solo sulla protezione del portafoglio dei genitori e non agisce certo sulla tutela in senso lato dei minori. Se il bambino può assumere decisioni autonome rispetto agli acquisti online, la responsabilità non può che essere del titolare dell’account che, normalmente, è un adulto.

In sostanza, l’offensiva rischia di tradursi in una sorta di delega della funzione genitoriale. Perché se uno store online di giochi non può distinguere fra un consumatore bambino e uno adulto, è altrettanto vero che quest’ultimo dovrebbe (anzi, deve) gestire le password di accesso e le credenziali delle carte di credito. Se ciò non avviene e si demanda a degli algoritmi la soluzione del problema, passa il concetto che la protezione diventa una cosa altra rispetto al corollario di insegnamenti che un genitore ha l’obbligo di impartire al proprio figlio.

Non mi spingo più avanti. Ai miei tempi (ma quanto mi piace usare questa locuzione?) si diceva che bisognava dare l’esempio. Bene, allora partiamo da qui: perché si colloca il computer in salotto (“Così controlliamo quali siti navigano i nostri figli!”) e contestualmente si regala l’iPhone come premio per avere superato l’esame di quinta elementare?

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