La felicità condivisa

Esiste la felicità in un sistema economico che dà un prezzo a tutto? All’origine di tutto c’è il presupposto che il prezzo delle cose coincida con il loro valore reale. Ne deriva la fiducia assoluta nel cosiddetto mercato, una “macchina efficiente” che (da sola) si pensa possa sempre trovare il giusto equilibrio fra domanda e offerta.

Tuttavia, il mercato è teoricamente perfetto solo quando il prezzo interpreta ogni possibile informazione e tutti gli attori ne sono a conoscenza. Insomma, la “baracca” sta in piedi se c’è trasparenza. Ma cosa succede quando le fantomatiche società di vigilanza credono al trucco del cilindro e del coniglio da parte dei trader? Cioè, cosa accade quando la speculazione dà d’intendere a chi dovrebbe controllare che le case non sono case, ma “semplici” attività patrimoniali incluse nella bolla dei derivati?

Beh, succede quello che tutti abbiamo sotto gli occhi (e nel portafoglio): il “sistema” collassa. Adesso, il tema è come uscirne. A ben vedere, il prestigiatore continua a fare fortune con i suoi spettacoli di magia, nonostante tutti sappiano che il coniglio ce l’ha nascosto in qualche tasca della giacca. Le ricette economiche sono sempre quelle da anni, nulla cambia tranne una cosa: la disuguaglianza sociale.

Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. Il saggio avvertimento di Einstein oggi è stato addirittura doppiato in negativo: “Hai violato il limite di velocità? Bravo, ti regalo un’automobile ancora più veloce!”.

Che il profitto non faccia mistero della sua propensione a ricavare sempre maggiori margini togliendoli a chi lavora, è diventata una verità di fatto. Il dato inedito, piuttosto, è che questo disastro economico oggi si incrocia con l’imminente catastrofe climatica. Lo sfruttamento degli uomini (contratti precari, sottopagati, senza diritti) e delle risorse naturali (l’aria, l’acqua, i suoli), finalizzati all’ammasso dissennato di capitale, sono stati dei miraggi che oggi presentano il conto a tutta la collettività.

È questa la felicità che cercavamo? Siamo sicuri che quantità infinite di denaro si traducano automaticamente in dosi infinite di felicità? E, ancora, se l’accumulo di denaro deriva (spesso) dall’avvelenamento dell’ambiente di vita di tutti, come possono pensare di salvarsi anche i cosiddetti “ricchi”?

Ci sono persone così povere, che l'unica cosa che hanno sono i soldi. (Michael J. Coen) Condividi il Tweet

L’economia definisce la felicità come lo scarto fra l’aspettativa di reddito e ciò che effettivamente si guadagna. Ma anche così, giocando in campo avversario, per dire, si arriva ben presto alla conclusione che oltre una certa soglia i soldi non rendono felici. Di fatto, poter comprare tutto equivale a non possedere niente. Semplicemente, perché ci sono cose (che non sono cose) impossibili da comprare o da surrogare con il denaro.

Per essere felici ci vuole coraggio. (Karen Blixen) Condividi il Tweet

E siccome si tratta di “esperienze” a costo monetario pari a zero (gli affetti, le emozioni, le idee) anche il marketing, in qualche modo, si è “adattato”. L’offerta “gratuita” di merci (dal software proprietario al latte in polvere) è funzionale unicamente al processo di auto-alimentazione del consumismo. Lo scopo è quello di creare dei soggetti dipendenti da una tecnologia o da un cibo innaturale. Anche qui, basterebbe un po’ di sano spirito del dubbio: quando un prodotto è gratis, il prodotto sei tu!

Una delle critiche più forti che viene mossa alla cultura open della condivisione è quella che va sotto il nome di tragedia dei commons. Vale a dire un comportamento, esclusivamente umano, avido e senza alcun sensato controllo che si verifica allorquando una risorsa comune è disponibile gratuitamente per tutti. Al netto dei free riders, si pone soprattutto l’accento sul progressivo depauperamento del bene, con evidente danno agli altri e a sé stessi.

Tuttavia, nel tracciare questa presunta verità ci si dimentica che è stato proprio il profitto a permettere lo smantellamento progressivo delle strutture comunitarie. Nel nome del Prodotto Interno Lordo (utilizzato come sinonimo di benessere) i governi hanno acconsentito che venissero privatizzati i beni pubblici (e con loro i profitti), cancellando saperi vecchi di secoli che fino ad allora avevano comunque garantito il sempre precario e delicato equilibrio fra uomo e sistema ambientale.

Potrà sembrare strano o assolutamente forzato considerare la liberazione del sapere come la chiave di volta della soluzione. Tuttavia, se consideriamo i sistemi sociali, le sovrastrutture economiche e l’ambiente in quanto unico spazio relazionale, non è difficile scorgere come l’elemento di rottura sia rappresentato inevitabilmente dalla ricerca del profitto al di là di ogni ragionevole necessità. Un accecamento che provoca drammatici squilibri fra gli esseri umani e l’ambiente. Da una parte si privatizzano le ricchezze, dall’altra si socializzano i danni economici ed ambientali.

Il dubbio è il lievito della conoscenza. (Alessandro Morandotti) Condividi il Tweet

In una siffatta crisi di risorse economiche, ma soprattutto di valori, condividere il sapere è la più straordinaria rivoluzione che possiamo ancora fare. Solo attraverso il libero scambio delle idee è possibile rinvigorire il senso di partecipazione, la solidarietà, il rispetto. E, finalmente, tornare di nuovo a dare il vero valore a tutte le cose.

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