Leggere per crescere

La scorsa settimana l’Istat ha pubblicato le risultanze di una sua indagine sulla lettura. Il 41,4% degli italiani (da 6 anni di età in su) ha dichiarato di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno. Una quota in costante discesa, dato che nel 2013 la percentuale si attestava sul 43%. Un altro numero, ancora meno incoraggiante, riguarda il fatto che una famiglia italiana su dieci non ha nemmeno un libro in casa.

Certo, niente di nuovo in un paese come il nostro dove sembra che vi siano più scrittori che lettori, ma forse questi dati possono offrirci lo spunto per comprendere meglio il futuro che attende la parola scritta, contesa fra analogico e digitale.

Da una parte i libri di carta. Per me, cresciuto senza internet e computer, il magnetismo dei libri di “vecchio stampo” va cercato anche nella loro fisicità. Provate a “vantarvi” della vostra Treccani su dvd, anziché dell’omologa versione rilegata in pregiatissima carta! Di sicuro, si tratta di processi emozionali fra loro molto distanti.

Sull’altro versante gli e-book. Un’esperienza di lettura che dovrebbe essere più congeniale alle generazioni contemporanee, cresciute a omogeneizzati, bit e inchiostro elettronico. Forse, in breve tempo e complice il progresso tecnologico, i libri digitali potrebbero anche diventare la modalità prevalente per un più vasto pubblico di lettori se, come auspica Umberto Eco, fosse possibile ritrovare negli e-book il “piacere” di bagnarsi il dito per girare pagina.

Anche se ormai quasi tutti gli e-reader dispongono di funzioni avanzate, come ad esempio la possibilità di sottolineare e annotare, da romantico dei bei tempi andati riconosco tuttavia al libro di carta statuti più articolati. La margherita che avevo messo fra le pagine non era solo un segnalibro, ma il ricordo di quella giornata particolare al parco, la rimembranza di un incontro, un particolare intreccio di pensiero fra la trama del romanzo e la vita reale. E ancora, quante volte una pagina accidentalmente macchiata mi ha riportato a ricordare il posto in cui ero e con chi ero? Si potrebbe continuare per molto, e sono certo che ognuno conservi dei personalissimi legami di memoria con i propri libri. Tutte cose che, per quanto raffinate nella simulazione di un’esperienza “tradizionale” di lettura, i libri elettronici perderanno come “lacrime nella pioggia”.

Vedo in questo un’altra trasformazione. Ci ricordiamo quando abbiamo smesso di fotocopiare i libri? Nonostante, la qualità delle copie sia di molto aumentata, oggi non è più “conveniente” riprodurre le pagine di qualsiasi volume. Nel mondo analogico, quello degli atomi per intenderci, l’originale conserva il primato sulla copia: ha una qualità oggettivamente superiore e costa meno.

All’opposto, l’e-book è di fatto un file e come tale riproducibile. La copia sarà costituita dagli stessi bit dell’originale. Ecco allora che le major del libro sono subito corse ai ripari con l’introduzione di “perfidi” lucchetti (i “famosi” DRM, Digital Rights Management ). Se acquisto un libro elettronico DRM-mato lo posso leggere solo su uno dei miei dispositivi (non posso, cioè, “trasferirlo” su un altro computer o sullo smartphone, entrambi miei), mentre è noto a tutti che se compro un libro cartaceo ne posso fare ciò che voglio. Ad esempio, lo posso prestare, regalare, scambiare. Mi piacerebbe che anche in un mondo digitale il libro conservasse il presupposto fondamentale della relazione. Altrimenti, di questo passo qualcuno potrebbe suggerire di DRM-mare anche le biblioteche e il prestito librario.

Più esplicitamente, le dinamiche di mercato hanno fatto perdere di vista un connotato irrinunciabile della lettura, vale a dire la sua anima socializzante. In passato è sempre stato così, dalle biblioteche ai circoli letterari e a maggior ragione oggi, quando i new media consentono un processo di relazione più istantaneo, più facile, più diffuso. In una parola, la lettura è un fenomeno sociale. Si spiegano in questo modo le discussioni sui social media, le piattaforme ad hoc di condivisione dei commenti sulle letture, la possibilità di interazione con altri lettori già prevista da alcuni e-reader.

Walter Benjamin pubblica nel 1936 un interessante saggio che sembra essere stato scritto oggi: “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. In sintesi, il filosofo tedesco lancia una sfida attualissima su come stia crollando il modello economico basato sulla replica pressoché infinita delle copie. Il valore non è più nei supporti (e oggi, a maggior ragione), ma nelle relazioni, nelle connessioni, nelle condivisioni del sapere innescate dall’opera intellettuale stessa.

Allora, una possibile non-conclusione si potrebbe collocare all’interno di un paradigma in cui tutti i soggetti sono a pari titolo coinvolti (autori, editori, distributori, lettori). Solo così riesco a immaginare un contesto di non conflittualità o, peggio, di esclusività fra libri di carta e libri digitali. Se l’obiettivo, partendo proprio dalle disastrose evidenze spiattellate dall’Istat, è quello di fare della lettura uno strumento essenziale per la crescita di ciascuno, ogni mezzo è utile. Ci vuole solo lungimiranza e prendere coscienza del fatto che il mercato dei libri (analogici e digitali) può consolidarsi unicamente se si tiene in considerazione il soggetto di riferimento: il lettore.

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