Il web sta cambiando o siamo cambiati noi?

Come è già successo in passato per qualsiasi media, anche il web (confuso spesso con il concetto di internet tout court) è sempre più al centro di discussioni sulle sue vere o presunte trasformazioni.
Fare un’istantanea di questa ragnatela digitale, standoci dentro, è un’impresa al limite dell’impossibile, anche volendo adottare un rigoroso approccio sociologico.

Tuttavia, si può senz’altro dire che di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, sia dal punto di vista tecnologico (dai 56k alla fibra ottica), che in relazione al profilo “sociale” (dall’uno-a-molti al tutti-verso-tutti). Forse, siamo solo all’inizio di un nuovo cambiamento o, per altri versi, si tratta unicamente dell’emersione di fenomeni che ci sono sempre stati, ma che non riuscivamo a vedere. Fatto sta che sempre più frequentemente la rete viene messa al centro di ogni sorta di meta-indagini. Una specie di auto-coscienza su quello che è stata, che è e che sarà.

Dal cercare al prendere

Del resto, la transizione dal “cercare” al “prendere” (sempre meno browser e sempre più app tuttofare) l’abbiamo tutti salutata con entusiasmo, specie per l’evidente migliore esperienza d’uso sui device mobili. Quando la trasformazione era già praticamente inarrestabile, qualcuno ha posto il problema della dipendenza da dati preconfezionati spesso al solo scopo di garantire una remunerazione certa alle aziende. Insomma, il marketing ci ha messo in mano la pistola con la quale fredderemo quello spazio di autonomia (più o meno vera) che è rappresentato dal desktop.

Penso che parlare di rete libera sia una vera stupidaggine. (Stefano Rodotà) Condividi il Tweet

Un’evoluzione darwiniana

Se consideriamo il web alla stregua di un qualsiasi essere vivente, si può intravvedere nella sua timeline una dinamica darwiniana. Le pagine (le specie?) più “affermate” sono quelle che attraggono il maggior numero di link. Hanno, cioè, relazioni “evolutive” più consistenti rispetto ai contenuti dei loro competitors. In sostanza, come le specie viventi, hanno più possibilità di “sopravvivenza” quelle pagine che si sono “adattate” all’ambiente. Un ambiente non solo di natura digitale in senso lato, ma comprensivo anche dei “bisogni” più squisitamente analogici. In questo senso, Facebook ha saputo “adattarsi” meglio di Myspace alla domanda sociale di relazioni interpersonali.

La distinzione fra online e offline ormai non ha più senso di esistere. (Alessandra Farabegoli) Condividi il Tweet

È forse fuori luogo parlare di estinzioni in stile jurassico, ma è innegabile come la rete, essendo costituita da persone (a volte ce ne dimentichiamo), ne segua inevitabilmente le emozioni, gli stili, le mode. Con la differenza che il “presente” della rete comprende un’istantaneità informativa molto più densa ed avvolgente dal punto di vista planetario. Per esempio, quando viene lanciata una nuova piattaforma sociale, questa si diffonde contemporaneamente dappertutto. A prescindere dal successo che avrà.

Un’istantanea della rete

Ai fini di questo esercizio astratto teso a comprendere la “direzione” del web, si potrebbe tentare perfino la comparazione “fotografica” dei diversi stadi di crescita del web. Guardare oggi ad Arpanet, probabilmente ci darebbe la stessa percezione (o emozione) di una fotografia degli anni settanta, ingiallita e con i colori sfalsati. Allo stesso modo, il cosiddetto web 1.0 sembra oggi una pellicola negativa, incapace di stare al passo coi tempi con il suo corollario di acidi, filtri e bacinelle.

Sicuramente, Roland Barthes non intendeva questo, ma il paradigma della camera chiara si ripropone come metodo per una critica della rete al di fuori della rete stessa. Non perché la luce rossa della camera oscura non sia sufficiente a far intravvedere i contorni di ciò che sta avvenendo, ma soprattutto in relazione al fatto che il “grosso” delle modificazioni rende visibile un’immagine latente, catturata spesso in ambiti lontani dai bit.

L’ambito politico

Il primo ambito è sicuramente quello politico o, per meglio dire, le aberrazioni di questa “arte di governare la società”. Ovvero, le dittature (comprese quelle mascherate). Esiste, per così dire, una rete senza i più elementari costituenti della libertà. I link, oggi diritto inalienabile dei popoli, vengono limitati o completamente interdetti ai cittadini di Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Iran, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam e in molti altri stati e staterelli. Senza dimenticare l’Italia, sotto osservazione per le varie leggiucole mirate all’imbavagliamento dell’informazione dal basso.

L’ambito economico

C’è poi quello economico. Gli accordi fra le multinazionali di settori mercantili affini includono, nemmeno tanto velatamente, l’idea di reti “parallele” e più performanti rispetto a quella, per così dire, “standard”.

Da dentro la rete, nonostante la miopia che offusca la differenza fra osservazione e osservante, è comunque possibile scorgere alcune “isole” che hanno l’ardire di farsi riferimento per il tutto. A questo proposito, è nota la “mania di grandezza” di Sergey Brin (“Google è internet!”), ma potremmo anche aggiungere il miliardo e mezzo di utenti di Facebook che scaricano tutti i giorni camionate di fatti loro su questa piattaforma proprietaria, i vari sistemi di messaggistica istantanea, le reti VoIp e tanto altro. Insomma, tanti “luoghi” o, se si preferisce, tanti web.

Tutto questo è un male? Forse sì, ma anche no. Nel senso che, al di là che la rete sia moribonda o già in decomposizione come ogni tanto si sente dire, anche in assenza di ossigeno, il web è in grado di sviluppare gli anticorpi (se non addirittura nuove mutazioni) per sconfiggere i tiranni, gli speculatori, i monopolisti. Almeno, fino a quando esisterà la sua parte essenziale: le persone.

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