Che razza di mestiere è il socialcoso?

Una volta erano tutti ragionieri e geometri, adesso puoi parlare con chiunque e nella maggior parte dei casi spunterà fuori che fa il social (i più fighi lo pronunciano sozial) media manager. Insomma, cambiano i tempi e le professioni si adeguano.

Se fino a qualche anno fa alla domanda “Hai comprato il computer?”, la risposta automatica era “Sai, ci faccio un po’ di grafica…” (come si sa con le immagini vettoriali e raster è sempre meglio non esagerare), oggi provate a chiedere “Perché stai tutto il giorno a cazzeggiare su Facebook?”, verrete travolti da una risposta a metà strada fra lo stizzito e l’orgoglioso, tipo “Guarda che io sui sozial midia ci lavoro!”. Così va il mondo.

Ad ogni buon conto, nonostante non esista (ancora) un corso di laurea specifico per la gestione professionale delle piattaforme sociali, è ormai chiaro ai più che l’approccio artigianale su questi mezzi porta dritti dritti verso la catastrofe. Infatti, se è già grave per la propria reputazione on line (e off line) dare tutto gas agli strafalcioni, figuriamoci che effetti può avere una “a” senza acca quando si “curano” i profili e le pagine di un brand che, fra le altre cose, vi paga anche.

Per quello che vedo (e leggo) i motivi che irritano di più sono gli errori grammaticali, i messaggi smaccatamente pubblicitari e fare dell’ironia fuori luogo. Tutte “leggerezze” che si pagano a caro prezzo. Il famoso precetto del Cluetrain Manifesto, “i mercati sono conversazioni”, viene amplificato a dismisura dentro le “nuove” piazze virtuali. È cambiata la relazione fra la marca e le persone e, di conseguenza, tengono banco nuovi paradigmi che ostinatamente chiamiamo ancora pubblicitari.

Rispetto a dieci anni fa i cosiddetti consumatori sono più informati, si confrontano fra loro prima di decidere un acquisto, è di molto cresciuta la consapevolezza circa le scelte individuali, ma soprattutto sono (siamo) sempre connessi e ciò comporta un’esposizione quotidiana a più di cinquemila messaggi pubblicitari. È allora evidente che tutto si gioca sulla relazione e la qualità intrinseca di quest’ultima.

Insomma, sono importanti le nozioni tecniche (da come addomesticare l’EdgeRank alle tabelline orarie di maggior flusso), ma dobbiamo avere presente che scriviamo pur sempre per degli esseri umani e non per degli algoritmi. Riuscire a fare tutte e due le cose insieme non dipende dalla classica botta di…, ma è il frutto di molte ore di studio, di ricerca, di prove. Tutte cose che non si improvvisano e nemmeno si imparano in un corso di formazione di due ore su “Il segreto per avere un milione di followers”.

In questo mestiere nessuno ha ancora trovato il sistema infallibile per trasformare una piccola marca sconosciuta nella Coca-Cola, ma con tanto lavoro è possibile crearle una buona immagine e delle relazioni durature con il proprio pubblico.

Non sono qui a invocare l’istituzione di un ordine professionale dei social media manager, ma in questa giungla in cui “tutti sanno fare tutto” vorrei che si potessero almeno riconoscere degli standard minimi di qualità.

Sulla grammatica “fai da te” ho già detto, ma non è mai eccessivo ripeterlo. Altre caratteristiche del buon social-comunicatore si apprezzano nella capacità di saper raccontare una storia di persone dietro alla marca e non diventare unicamente il megafono del volantino degli sconti, nel sapere chiedere scusa quando si sbaglia e non metterla sul personale (non dimentichiamoci che stiamo dando la voce a un brand), nel distinguere fra le nostre opinioni e il posizionamento del prodotto (se andiamo matti per la grigliata facciamo attenzione a ciò che pubblichiamo e come commentiamo a nome e per conto di un brand che commercializza food vegetariano). Per tutto il resto, e qui l’esperienza fa sentire tutto il suo peso, vale ancora quanto detto da un guru dell’advertising come David Ogilvy: “Il consumatore non è uno stupido. Il consumatore è tua moglie”.

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