Bufale, un tanto al chilo

Il 30 ottobre 1938 un giovanissimo Orson Welles terrorizzò gli americani inscenando alla radio un’invasione aliena. Nonostante l’annuncio fosse stato preceduto dalla raccomandazione che si trattava di un adattamento radiofonico del romanzo “La guerra dei mondi” dello scrittore britannico H. G. Wells, il panico fra la popolazione fu incontrollabile.

Seguirono giorni di autentico terrore e, come se non bastasse, gli effetti andarono ben oltre l’episodio in sé. Infatti, tre anni dopo quando i giapponesi attaccarono Pearl Harbor, molti americani pensarono a un nuovo scherzo del “solito” Welles.

Più o meno con le stesse dinamiche e, in qualche caso, con i medesimi risultati “da paura” assistiamo oggi a un grande proliferare di bufale e di “notizie” buttate nella centrifuga di internet un tanto al chilo. Una fucina di balle sesquipedali è senza dubbio la più grande piazza virtuale del mondo: Facebook.

Siccome a ogni azione corrisponde una reazione, specie in questi casi “di massa”, è praticamente impossibile sostenere l’assoluta innocuità di qualsiasi semenza inoculata nella rete. Quando si vanno a toccare le sensibilità delle persone (dalla salute alle tasse, passando per le imminenti catastrofi ambientali) non si può evitare che queste “informazioni” diventino virali e si propaghino alla velocità della luce.

Volendo produrre una sorta di anatomia comparata delle notizie fasulle, ancorché parziale e non esaustiva, si può senz’altro partire dai principali tratti caratteristici che le accomunano.

In primo luogo vi sono il fondamento e la dichiarata autorevolezza scientifica. Di base c’è sempre lo studio condotto da un’università molto blasonata, di solito americana. Una di quelle che va per la maggiore è l’Università della California che, senza andare troppo per il sottile, lascia alla libera interpretazione (e immaginazione) del lettore se si tratti di Berkeley, San Francisco o Los Angeles. Pare quasi superfluo aggiungere che, all’opposto, citare un’università sconosciuta toglie peso specifico alla balla. Quando poi, per completezza dell’informazione, vengono fatti anche i nomi dei ricercatori questi sono quasi sempre inventati e, comunque, con nessuna traccia di loro sul fidato Google.

A seguire, c’è tutto il corollario di problemi cui la gente è molto sensibile. In questi casi si parte da un dato oggettivo (si fa fatica ad arrivare a fine mese) e si rincara la dose con, in ordine sparso, “stipendi da nababbi per i clandestini”, “nasce il fondo per i parlamentari in crisi”, “tremila euro al mese per gli zingari”.

Un elemento importante, oserei dire quello che fa la differenza fra una cattiva e una buona bufala, è indiscutibilmente il titolo. La scelta ricade spesso fra “Incredibile”, “Perché i telegiornali non ne parlano?”, “Guarda cosa succede se…”.

Da ultimo, ma non meno importante, la notizia bufala è spesso accompagnata da grafiche esteticamente agghiaccianti. Ai colori psichedelici da Luna Park si aggiungono sistematicamente costruzioni lessicali da brivido.

In un recente studio italiano, “Social determinants of content selection in the age of (mis)information”, si giunge alla conclusione (scoraggiante) che i post di debunking che dovrebbero, almeno nelle intenzioni, smontare le false informazioni, invece producono sorprendentemente l’effetto opposto. Più una bufala viene controbattuta con argomentazioni logico-scientifiche e più se ne accelera la diffusione.

Allo stato delle cose azzardo di suggerire un’altra strada, iniziando a considerare quelle che mi sembrano due drammatiche evidenze socio-culturali.

La prima. Sette italiani su dieci, afferma il professor Tullio De Mauro, “si trovano al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà”. Insomma, nel paese di Dante ci destreggiamo con il nostro idioma peggio che con una lingua straniera.
La seconda. Mentre la scuola italiana si preoccupa di apparire moderna (altra cosa è esserlo per davvero) e cerca di far credere che il gap formativo rispetto al resto dell’Europa si colma con le lavagne multimediali in cui far vedere i video di YouTube e le aule informatiche dove si insegna il “salva con nome”, succede che si è perduto completamente il senso della ricerca e la contestuale verifica delle fonti.

In altri tempi e in altri contesti bastava che lo scrivesse l’Unità e l’incrollabile fede ideologica faceva diventare “vera” qualsiasi notizia. Oggi, quando le informazioni tendono all’infinito e fanno il giro del pianeta in pochi secondi, la famosa ora scolastica “del computer” (chiamarla “informatica” mi sembra davvero eccessivo) non dovrebbe essere l’insegnamento esclusivo del manuale d’uso del calcolatore e dei software annessi (i bambini e i ragazzi li conoscono già), ma potrebbe trasformarsi in un momento di analisi critica dei contenuti e delle notizie della rete. Insomma, meno ECDL (meglio se venisse abolita del tutto) e più cultura potrebbero coincidere con una maggiore consapevolezza sullo stare dentro un social media e su come informarsi ai tempi di internet.

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