Il prima, il dopo e il loro doppio

In molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se la pandemia fosse arrivata trent’anni fa, in un’epoca che, traguardata con gli occhi di oggi, ci appare come il nostro medioevo tecnologico.

Avremmo vissuto il lockdown senza Dad, smart working, videocall e, come non dirlo, non avremmo letto nemmeno gli ottimistici post dell’andrà tutto bene dell’inizio. Meglio o peggio? Impossibile dirlo, ma di certo anche in quella fase storica si sarebbe disquisito su un prima e su un dopo.

Per farla corta, ogni deviazione dalla prevedibile sequenzialità degli eventi comporta un salto di tempo, ovvero un cambiamento di stato in cui il “qui ed ora” è già un’esistenza in atto del futuro.

Per questo motivo, prima o poi, ricominceremo a muoverci liberamente in un mondo che ci apparirà improvvisamente distonico, lontano dalla geografia cognitiva che nel frattempo ha creato nuove mappe dentro la nostra mente. Cioè, riconosceremo i luoghi, ma saranno solo delle superfici sulle quali le vecchie abitudini, evaporando, avranno lasciato degli indecifrabili vuoti di senso.

La trasformazione sarà ancora più evidente nei non-luoghi cari a Marc Augé. Qui, gran parte delle procedure hanno accelerato la transizione verso l’automazione (in maniera più graduale, questo processo sarebbe comunque avvenuto fra qualche anno), lasciandosi alle spalle un’archeologia di consuetudini da guardare con stucchevole meraviglia.

Tuttavia, se sul finire del secolo scorso gli androidi di Philip K. Dick ci facevano fantasticare, al più, su “improbabili” scenari futuribili, nel 2021 navighiamo dentro due “mondi” in continua competizione fra loro.

Fatta eccezione per i corpi (almeno fino a oggi), abitiamo simultaneamente due realtà, complete e sufficienti a loro stesse. Ciò nonostante, questa coesistenza si influenza reciprocamente, tendendo sempre più verso un’estesa ibridizzazione di sistema.

Solo la pandemia sembra sfuggire alla fusione fra realtà analogica e realtà digitale. Ma non è così. Anzi, per quanto un virus sia in tutto e per tutto un’entità biologica, il flusso della sua entropia ha avuto il potere di alterare (hackerare?) non solo l’ambiente fisico, ma anche quello virtuale.

In qualche modo, abbiamo sempre pensato a questa doppia realtà (il reale è virtuale e il virtuale è reale) nei termini di un “prima” (gli atomi) e di un “dopo” (i bit). In altre parole, per tutti noi immigrati digitali, la proiezione del futuro (il nostro “dopo”) non poteva che coincidere con un mondo smaterializzato, intangibile, virtuale. Quello che non potevamo immaginare era cosa ne sarebbe stato delle nostre interazioni una volta arrivati a destinazione.

Ora, questa narrazione è davanti a noi, addirittura nel nostro presente. Infatti, abbiamo già iniziato a calcolare di default se sia davvero necessario spostarci per fare una riunione alla vecchia maniera (chiusi dentro la vetusta sala riunioni), se per condividere un progetto sia inevitabile stampare decine e decine di fogli, se per un lavoro che richiede come unico mezzo un computer, non sia possibile farlo ovunque, anche a casa.

Tutte cose che, ovviamente, virus o non virus, avevamo già a portata di mano, ma dopo questo ultimo anno, a dir poco turbolento, abbiamo capito che la tela era già da un pezzo oltre la sua cornice.

Si è stabilita un’altra comunicazione fra noi e il mondo. Anche se tutto “tornerà come prima” sarà sempre una sorta di duplicazione di quel “prima”, una copia per l’appunto.

Perché fermarsi a riflettere, e la pandemia ci ha costretti a farlo, determina inevitabilmente una crepa nella presunta linearità del tempo. Recupereremo i nostri rituali, le relazioni interpersonali, la gerarchia delle cose che contano, ma anche nella più suggestiva delle ipotesi, saranno solo copie (spesso maldestre) di come le vivevamo fino al 2019.

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Il prima, il dopo e il loro doppio
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Il prima, il dopo e il loro doppio
Descrizione
Dopo la pandemia nulla potrà ritornare come prima. Ci aspetta un "dopo" che è già un'anticipazione di futuro.
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Sergio Gridelli Blog
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