Perché sono diventato curioso come una scimmia

Come tutti i bambini, sono sempre stato molto curioso. Almeno fino a quando la mia barchetta di carta non si è infranta contro i rigidi schemi didattici di quei tempi.

Passavo i pomeriggi con mio nonno pittore, tempestandolo di domande sulle combinazioni dei colori, sugli inganni delle forme, sul senso della prospettiva, poi la mattina andavo a scuola e venivo ripreso se disegnavo le biciclette sopra le nuvole, gli alberi arancioni o il mare rosso.

Da quello che ricordo, dopo un’iniziale insofferenza, mi sono poi adeguato all’uniformità generale. Insomma, facevo quello che mi veniva detto, disegnando dentro gli invalicabili perimetri della “creatività” definiti dai programmi ministeriali.

Ora, gli psicologi ci dicono che la curiosità è un’abilità che, se non viene opportunamente stimolata, comincia a scemare già in età prescolare.

Sicuramente i programmi scolastici si sono evoluti anche in questa direzione, ma resta il fatto che il nostro cervello di adulti, anche in questo caso, se in assenza di stimoli, diventa via via sempre meno “sensibile” alle sollecitazioni dell’ambiente esterno.

Sono convinto che non esistano professioni più creative di altre e, per questo, più predisponenti alla curiosità. In ogni ambito lavorativo ci sono incertezze da affrontare, vuoti di conoscenza, zone di comfort da sorpassare, e cos’è, se non la curiosità, il propellente che ci permette di andare avanti?

La formazione aziendale, per fare un esempio, diventa efficace solo quando riesce a far prendere coscienza delle lacune individuali e, come approdo immediato, stimolare la ricerca, l’approfondimento e, ovviamente, la curiosità.

Per sfuggire ai suoi nemici, lo struzzo non mette la testa sotto la sabbia

Molti anni fa, dopo aver letto da qualche parte che questo strano (e proverbiale) comportamento era del tutto infondato, mi sono incuriosito (ma va?) e ho cercato ulteriori conferme.

Sono così arrivato al Naturalis Historia dove Plinio il Vecchio argomenta sulla stupidità del grande uccello africano, il quale applicherebbe la filosofia del “ciò che non vedo, non mi vede”, nascondendo per l’appunto la testa sotto terra o dietro un cespuglio.

Per fortuna, l’animale si è infischiato dello storico romano e da sempre si distende a terra solo per simulare una grossa roccia, unicamente allo scopo di disorientare il predatore. Appena quest’ultimo si avvicina troppo, lo struzzo scappa a zampe levate a oltre 70 km/h. Fosse stato per il buon Plinio, si sarebbe estinto da millenni.

Cosa c’entra tutto questo? Da quel momento ho cominciato a dubitare di un sacco di cose che davo per scontate. Così la consapevolezza dell’incertezza del mio sapere è diventata la migliore alleata della mia ritrovata curiosità.

Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene

Rallentare non è sempre sinonimo di andare piano, anzi spesso si traduce in una rincorsa che ci aiuta ad arrivare prima alla meta.

Specie quando scrivo, mi prendo delle pause per osservare ciò che mi circonda e comincio a notare quello che non vedo più: la disposizione dei libri (perché ho messo La Repubblica di Platone di fianco alla biografia di Alfred Hitchcock?), quella della scrivania (perché continuo a tenerci sopra il tempera matite se uso solo le portamine?) e poi, qual è il senso di tutte quelle citazioni che mi stampo?

Non è un tempo fermo, ma il presupposto per innescare inedite traiettorie del pensiero che mi portano a interrogarmi e, di conseguenza, a cercare una spiegazione, un principio, un ordine.

A proposito, la citazione che dà il titolo a questo sottocapitolo non è di Woody Allen, al quale erroneamente viene attribuita, ma di Eugène Ionesco. Beh, come l’ho scoperto ormai dovrebbe essere chiaro.

L’apprendimento è curiosità, per definizione

Cos’è la lettura se non la scoperta di nuovi orizzonti, idee, personaggi? E ancora, l’abitudine di leggere non è forse l’unica maniera a buon mercato per dilatare il tempo della nostra esistenza?

In un certo senso, la lettura ci fa ritornare bambini e a quella insaziabile curiosità di conoscere il mondo “là fuori”. Se i manuali e, in alcuni casi, la saggistica di settore, sono spesso indispensabili per la crescita professionale, è merito soprattutto dei romanzi e delle poesie l’ispirazione per i nostri viaggi alla ricerca di infiniti altri punti di vista.

Ogni mese leggo quattro o cinque libri, e fra questi ne scelgo uno che diventa fonte d’ispirazione per la mia newsletter. Tutte le volte rimango stupito da come le frasi che sottolineo non siano dei semplici frammenti, ma un universo di pensieri che si uniscono ad altri, in un girotondo di connessioni che non finiscono mai di affascinarmi.

In questo modo, mi sono reso conto che imparare cose nuove non è solo una questione di sapere. Sono convinto che c’entri una sorta di “seconda natura”, ovvero un istinto che trascende lo stesso stato mentale della conoscenza.

Se un tempo la mia curiosità aveva sostanzialmente una dimensione temporanea – non sapevo una cosa, andavo a cercare la risposta – ora è diventata la domanda potente e continua che governa la mia vita. Un misto di emozione e motivazione che mi fa cercare un perché in tutto quello che mi circonda. A cominciare da quando mi sveglio la mattina.

Sommario
Perché sono diventato curioso come una scimmia
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Perché sono diventato curioso come una scimmia
Descrizione
La curiosità è un'abilità innata, ma ci abbandona assai presto. Perché è importante coltivarla soprattutto da adulti.
Autore
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Sergio Gridelli Blog
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