Generazione “Mi piace”

Una volta gli sfigati erano quelli che studiavano molto (i “famosi” secchioni) e non uscivano mai di casa, oggi la nuova “moda” dei cosiddetti nativi digitali ti taglia fuori se non collezioni un cospicuo numero di “Mi piace” sul tuo selfie.

È quanto emerge dallo studio annuale della Società Italiana di Pediatria che, fra le altre cose, descrive uno scenario in rapido cambiamento. Se nel 2008 i tredicenni che navigavano in internet erano “appena” il 42%, oggi sono pressoché raddoppiati e, complice il progresso tecnologico, vi accedono quasi esclusivamente attraverso l’indispensabile smartphone. Un gadget, quest’ultimo, che viene regalato già durante gli anni delle elementari.

Ciò pone subito sotto i riflettori la questione del controllo da parte dei genitori. Si sono fatti una fiumana di convegni, tutti con relativa e perentoria conclusione: il computer “di famiglia” va collocato in un’area di passaggio per poter osservare cosa fanno i propri figli in rete. Oggi, affermare queste cose significherebbe riferirsi al Medioevo o giù di lì. Infatti, escludendo la difficoltà degli adulti a comprendere le dinamiche dei linguaggi social, che è sempre esistita, parlare di controllo sulle “azioni mobili” dei propri figli perde qualsivoglia significato. Quanto tempo ci passino e cosa ci facciano gli adolescenti con il telefonino perennemente connesso, nessuno lo sa e men che meno ne hanno un’idea i loro genitori.

Allo stesso modo non possono nemmeno dire di avere la situazione sotto controllo quei genitori che si accontentano di essere amici (amici?) dei loro figli su Facebook. Nonostante il giocattolino di Zuckerberg vada ancora di gran moda, l’esodo degli adolescenti verso altre piattaforme procede in maniera esponenziale. WhatsApp e Instagram fanno la parte del leone, ma anche il chiacchieratissimo Ask.fm registra notevoli proseliti fra i giovanissimi. Se mentre i primi due rappresentano la risposta agli ingombranti occhi indiscreti dei grandi, Ask.fm all’opposto fa rilevare come gli adolescenti cerchino invece punti di riferimento concreti che evidentemente non riescono più a individuare negli adulti a loro più prossimi. Lo si capisce dalle domande che pongono su questo social media e dal bisogno di certezze su temi che sono ancora oggi in larga misura tabù, come ad esempio la sessualità.

Si sa, l’adolescenza in particolare è l’età in cui si cercano conferme sul proprio posto nel mondo, ma il “nuovo” fenomeno dei selfie evidenzia l’emergere di comportamenti che non esito a definire a rischio.

In particolare, un dato della suddetta ricerca dovrebbe far suonare più di un allarme. Il 15% degli studenti di terza media afferma che per incrementare il proprio bottino di “Mi piace” ha postato almeno una volta una foto per così dire “provocante”. La percentuale “bassa” non deve tranquillizzare dal momento che gli stessi ragazzi dichiarano (per il 48%!) di conoscere uno o più dei loro coetanei che pubblicano “abitualmente” selfie tendenzialmente hard.

Se negli Stati Uniti è già boom della chirurgia estetica per inseguire il sogno del selfie perfetto, non meraviglia che anche fra i giovanissimi sia molto diffusa l’insoddisfazione per il proprio aspetto fisico: il 60% vorrebbe essere più magra/o e l’80% desidererebbe essere esteticamente più bella/o.

Ecco allora il surrogato. La conferma dell’apprezzamento è sostanzialmente la popolarità personale che si concretizza nell’avere il maggior numero di “I like” sulla propria bacheca. Si innescano così vere e proprie “campagne acquisti” nella cerchia degli amici per evitare di fare la figura dello sfigato della compagnia, della scuola, del mondo.

Tutto questo denota fragilità e insicurezze di una generazione che passa per essere espertissima dei nuovi mezzi (e in larga parte lo è), ma che si limita al loro consumo senza (quasi) mai cercare di comprenderne la reale portata. Del resto, per quanto sicuramente più svegli di noi a quell’età, i tredicenni, per come è fatta quella stagione della vita, mancano della necessaria attrezzatura cognitiva per valutare gli effetti delle azioni che fanno. Oltre a inventarsi un profilo diverso da ciò che si è realmente, mascherando le proprie debolezze con sottilissime ed effimere pellicole narrative, la deriva della competizione sui “Mi piace” allontana sempre più da un percorso fondamentale per la crescita: la sperimentazione degli errori, dei fallimenti, delle sconfitte e la loro contestuale elaborazione critica.

Tuttavia, sono dell’idea che le nuove tecnologie della comunicazione non vadano demonizzate e nemmeno vietate ai più giovani. Fanno parte degli strumenti ormai indispensabili per interpretare il mondo, ma come sempre le domande e la credibilità delle risposte che forniscono gli adulti rappresentano un passaggio cruciale. La mia epoca è stata segnata da “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” e posso assicurare che i miei genitori sapevano poco o nulla di dipendenze e di devianze, tuttavia il loro dialogo attivo e, soprattutto, l’ascolto mi hanno fatto schivare pericoli che, sotto tutta un’altra prospettiva, vedo presenti anche oggi.

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