Non qui, altrove

C’è una gran voglia di altrove. Complici la crisi infinita, il futuro che sembra non esistere più, l’evaporazione dei punti di riferimento storici (la famiglia, il lavoro, le ideologie) ed ecco che la realtà quotidiana diviene un luogo dal quale scappare. La fuga fisica verso qualche altra parte del pianeta o la ricerca di universi paralleli dove reinventarsi, ancorché virtualmente, rappresentano le facce della stessa medaglia.

La realtà quotidiana pare non provocare più alcuna emozione. Il metal sparato al massimo dei decibel dalla protesi digitale è diventato il surrogato di un paesaggio troppo “scontato” e privo di qualsiasi interesse. Le nuove mappe mentali bypassano automaticamente segnali analogici ritenuti troppo deboli o, alla peggio, inutili. Praticamente, la tecnologia si erge a filtro che blocca la gran parte delle interferenze fisiche.

Un popolo di “soli”. Non nel senso astronomico del termine.

Gli sguardi non si incrociano più. L’orizzonte visivo prediletto è il selciato in cui si riflettono note e paesaggi sempre più evanescenti. Ciechi e sordi perfettamente adattati nel layer immateriale del nuovo paradigma digitale delle sinapsi neuronali.

La mutazione la percepiamo in qualsiasi luogo, per così dire, “comunitario” (in ufficio, in treno, al ristorante). Nella sinfonia di suonerie sempre più improbabili, dai bambini strillanti al jingle della canzonetta di Sanremo, è diventato un sacrilegio rifiutare una chiamata “assolutamente” urgente e non rinviabile a qualche decina di minuti dopo. In alternativa al voice contact si consulta freneticamente la casella di posta e gli ultimi commenti social. In tempo reale, sullo smartphone o sui nuovi occhiali connettivi. La lente scura, anche con cielo coperto, completa l’elevazione dell’ultima barriera, quella in cui si specchiano le emozioni. Guai mostrarle nella dimensione analogica!

E così abbiamo perduto la memoria dei nostri passi, non abbiamo ricordo del vento sul nostro volto, non riusciamo più a interpretare il melting pot delle voci che ci circondano. Veniamo rapiti da connessioni immateriali in cui la componente umana è ridotta a mero pulviscolo elettronico.

Ci buttiamo a capofitto nella lettura di decine di mail. Tutte, ovviamente, desiderose di risposte istantanee. Nel frattempo, squillano incessantemente le notifiche dei vari servizi online, sul display il calendario condiviso “vomita” il progress delle scadenze giornaliere, la chat di Skype ci ricorda l’imminente call conference.

È immersione totale nell’high tech.

Va via via scomparendo la componente biologica della relazione interpersonale. Vale a dire quei fenomeni non mediati che, al di là di tutto, comunicano molto di noi, come l’arrossire, il gesticolare, e, non da ultima, la sudorazione.

Tuttavia, la deriva digitale è irreversibile e per molti versi è anche un bene che lo sia. Pensiamo solo, al netto delle devianze e degli usi borderline della rete, alla formidabile accelerazione che hanno avuto la diffusione del sapere, delle conoscenze, della condivisione delle idee. Molti rottami del passato, come la cosiddetta proprietà intellettuale o i monopoli sul diritto d’autore, si stanno sbriciolando proprio sotto i colpi dei nuovi scenari imposti dalla logica binaria delle informazioni.

Nessuno vuole ritornare ai gettoni telefonici. Sarebbe però il caso che ogni tanto (forse, potrebbero bastare anche solo una manciata di minuti al giorno) si provasse l’ebbrezza della sconnessione per recuperare le nostre dimensioni primordiali, umane, biologiche. Lo dico con estrema sicurezza: il mondo reticolare non se ne accorgerà e anche noi non subiremmo danni minimamente significativi.

La mano molla la presa del mouse e ci accarezziamo la guancia. Respiriamo aria purissima. L’high touch ci salverà.

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