Il grande esodo

L’ennesimo studio americano ci informa che gli adolescenti fra i 13 e i 19 anni continuano ad abbandonare Facebook. Nel dettaglio, poco meno della metà degli intervistati ha ammesso la propria migrazione verso altre piattaforme sociali come Twitter e, soprattutto, Instagram.

Se inizialmente, cioè da quando Zuckerberg aveva cominciato a prendere sul serio l’emorragia dei teenagers dal suo “giocattolo”, si adduceva come unica motivazione la presenza “ingombrante” dei genitori sul social dei social, oggi questo “alibi” non sembra più sufficiente o, comunque, non è più il solo in grado di spiegare e giustificare questo tracollo. Quelli erano i tempi del feeling (peraltro, ancora molto gettonato) con Tumblr e le sue policy, come dire, più libertine rispetto a tutto il resto della concorrenza.

In attesa di venire smentito dalla prossima ricerca di turno (state certi che ci sarà), ho come la sensazione che fra i post-millennials stiano prendendo il sopravvento alcuni fenomeni (forse) finora troppo trascurati o sottovalutati, sia da loro stessi che dai cosiddetti adulti.

In prima battuta, almeno stando ai trend di crescita dell’apprezzamento verso social media come Whisper, Yik Yak e Slingshot, pare proprio che le giovani generazioni stiano cominciando a prendere in considerazione la salvaguardia della propria privacy e, non da meno, l’anonimato in rete. Quest’ultima tendenza viene confermata anche da rumors sempre più insistenti circa la possibilità che lo stesso Facebook stia pensando al lancio di un’app per chattare in modalità anonima. Staremo a vedere.

C’è poi da considerare il fatto che il grosso della fruizione dei contenuti della Rete avviene prevalentemente mediante device mobili, smartphone in primis. Quest’altra migrazione, dal computer al telefonino, si può dire pressoché conclusa: gli adolescenti che si connettono a internet da mobile sono passati dal 65% del 2012 al 93% del 2014.

Ne deriva che l’accoppiata social-mobile dovrebbe essere la più user friendly possibile: pochi fronzoli, immediatezza, velocità. Se non nasci app, come il caso di Facebook, è chiaro che devi arrancare non poco per fornire un’esperienza visiva accettabile, in soli quattro pollici e mezzo, di tutto il carrozzone di applicazioni, giochi e ammennicoli vari. Va da sé che in un contesto sociale, anche off line, che tende a privilegiare sempre più una modalità di consumo dei contenuti per via simultanea rispetto alla tradizionale (antica?) sequenzialità della scrittura, le preferenze finiscono per orientarsi verso rappresentazioni prevalentemente visive (foto e video in particolare).

Bene, adesso che sappiamo tutto, o quasi, sui social media preferiti dai giovanissimi è forse giunto il momento di domandarci anche cosa ci fanno sui social media e in che modo stanno in relazione mediata fra loro e il resto del mondo. Secondo Know The Net (un altro studio, olè!) il 59% degli adolescenti ha cominciato a bazzicare le piattaforme sociali quando aveva solo dieci anni. Dato che il limite dei 13 anni per potersi iscrivere alla generalità dei social network può essere facilmente aggirato inserendo una data di nascita falsa, resta da capire come mai molti adolescenti abbiano accesso all’Apple Store o a Google Play (con tanto di carta di credito pronta all’uso) attraverso le credenziali dei loro genitori, ovviamente consenzienti.

Siccome è impossibile che i magnati dei social network non siano a conoscenza del fenomeno degli “account bambini”, ma che preferiscano non vedere perché gli adolescenti influenzano gli acquisti per una cifra pari a diversi miliardi di euro l’anno e come è noto i social media campano di pubblicità, nel secondo caso, quello che chiameremo “familiare”, c’è un evidente problema connesso all’ignoranza degli adulti circa il funzionamento di questi mezzi e alla carenza di relazioni parentali adeguate.

Dato per scontato che il dialogo è sempre l’arma più efficace in ogni occasione, vorrei tuttavia soffermarmi su due aspetti in particolare. Il primo riguarda i limiti cognitivi dei dodicenni che nonostante siano più svegli di noi quando avevamo quell’età, difficilmente riescono a cogliere pienamente l’impatto delle loro azioni sugli altri. Il secondo fa riferimento invece a un precetto etico, se si vuole banale: mentire è semplicemente sbagliato. Mettere una data falsa su Facebook può sembrare una bugia innocua, ma è pur sempre un passettino verso il mancato rispetto della legalità e delle regole di una società civile.

In conclusione, la verità su come gestire il rapporto genitori-figli al tempo della vita (anche) digitale non ce l’ha nessuno, né in tasca, né altrove. In ogni caso, mi è sembrato interessante il “contratto” in 18 punti che la blogger americana Janell Burley Hofmann ha sottoscritto con suo figlio Gregory in occasione del regalo dell’iPhone. Non sarà perfetto e forse nemmeno del tutto funzionale, ma sicuramente è una buona base da cui iniziare a discutere.

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