La storia e i media siamo noi

Una vecchia metafora, a dire la verità abbastanza macabra e assolutamente anti-animalista, sostiene che una rana (viva) immersa in un pentolone d’acqua, inizialmente fredda, può essere fatta bollire senza che la medesima se ne accorga, semplicemente aumentando gradatamente la temperatura.

Diciamo che il “meccanismo” assomiglia parecchio a molte (tutte?) politiche governative, dall’aumento delle tasse alla restrizione dei diritti individuali e collettivi. Come dire, un po’ alla volta il popolo si abitua meglio e non fa la rivoluzione.

A proposito di rivoluzione vera e attuale, quella dei mezzi di comunicazione di massa ci ha assuefatto rapidamente al nuovo mondo dei bit con una progressione lineare per molti versi tipica del mondo analogico. Forse è per questo che non si riesce a cogliere esattamente una qualche soluzione di continuità nel superamento dei vecchi media a vantaggio delle nuove “esperienze” comunicative.

È avvenuto tutto con gradualità, benché secondo linee temporali che in molti casi hanno sfiorano l’istantaneità. Così, abbiamo ridotto la lettura delle notizie nel formato inventato da Gutenberg e guardato sempre meno la televisione-totem che illuminava il salotto. La musica di Napster, il peer-to-peer, i blog, Flickr, Wikipedia e tantissime altre modalità di condivisione della conoscenza hanno contribuito a rovesciare la piramide. La Rete è diventata pian piano più influente di qualsiasi altro arcaico media delle informazioni. Parallelamente è iniziata la mutazione dal nostro stato di consumatori (di merci, di servizi, di cultura) a quello di produttori-consumatori o di prosumer come si usa dire oggi.

Chi invece smania e avverte la temperatura sempre troppo alta è il vecchio mondo. I dinosauri dell’editoria, quelli della musica e, a corrente alternata, anche i fossili della politica cercano in tutti i modi di mettersi di traverso invocando leggi sempre più restrittive della libertà, spesso accompagnate anche dall’assurda difesa del diritto d’autore tout court. Proprio in questi giorni al Senato della Repubblica si sta rispolverando il bavaglio sulle idee, sulle opinioni e, per non farsi mancare niente, anche sui fatti.

Il senso capovolto della disavventura della povera rana sta proprio qui. La posizione di privilegio del monopolio culturale e politico è prossima alla lessatura. Quello che prima si poteva controllare e contraffare a proprio piacimento sta per essere spazzato via dall’ubiquità dei nuovi media. Il pulviscolo elettronico avvolge la vita e le opinioni di ciascuno, tanto che ha destituito di qualsiasi fondamento la vetusta agenda setting dettata dalla vecchia informazione unilaterale e mono-canale.

Tuttavia, come in tutte le rivoluzioni, le turbolenze ci sono e si vedono. La rapidità con cui i social media fagocitano qualsiasi nostro momento on line ci impedisce il più delle volte di fermarci a riflettere su quello che stiamo facendo e perché lo stiamo facendo. Pubblichiamo, postiamo e fotografiamo di tutto, andando a costituire un immenso patrimonio di informazioni che diventano, seduta stante, fonte di guadagno per i colossi della Rete. È questo il prezzo da pagare per garantirci i quindici minuti di celebrità profetizzati da Andy Wharol in tempi certamente meno sospetti di questi?

Il marketing e i canoni della pubblicità sono cambiati. I grandi marchi non puntano più un bersaglio, ma è addirittura quest’ultimo a indirizzare la linea di mira. In tutto ciò, senza dubbio, ci sono di mezzo l’identità e la privacy individuali. Ed è proprio facendo perno su questi due argomenti sensibili che il polveroso ancien régime cerca di garantirsi la propria sopravvivenza giustificando, e cercando di convincerci, che le censure, le intimidazioni, i filtri sono indispensabili e nel nostro totale interesse.

La domanda non è chi la spunterà, ma quanto tempo manca ancora all’estinzione di queste cariatidi che si ostinano a combattere contro i mulini a vento. Perché oltre ogni ragionevole dubbio e perplessità relativi ai rischi connessi alla Rete, il futuro attende noi e non chi va contro la storia.

2 risposte a “La storia e i media siamo noi”

  1. ma insomma…credo si sia solo spostato il tentativo di manipolare le menti dai giornali al web. Prendere con le pinze le notizie che danno sia l’uno che l’altro.

  2. Giusto! Il problema resta sempre la scomparsa del “perché”, la mancata verifica delle fonti, il gusto del confronto. Purtroppo, la scuola ha abdicato da tempo a questo suo ruolo formativo. Le “vecchie e care ricerche” in biblioteca hanno lasciato il posto ai “copia-incolla” da Wikipedia, questi ultimi fatti senza innescare il benché minimo senso critico.
    Cambiano i mezzi e aumentano le possibilità di acquisizione delle informazioni. È proprio per questo che di pari passo andrebbe coltivata la consapevolezza dei rischi, ma anche le grandi opportunità di crescita della conoscenza e della condivisione delle idee. Senza un adeguato bagaglio culturale (ci va ancora in mezzo la turbolenza della scuola) infinite possibilità di informazione equivalgono a nessuna informazione. Per molti versi, sarebbe come cercare di bere da un idrante.

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