Le parole sul pentagramma

Scrivere non è solo l’atto di mettere in fila delle parole che abbiano un minimo di senso. Scrivere è soprattutto la ricerca di stati di suggestione in cui comunicazione, espressione e suono si accordano sul diapason dell’emozione.

Significato e significante sono la partitura di una composizione che, per i meccanismi mentali messi in gioco, va ben al di là della definizione e del segno. È sufficiente questo per porsi il problema dell’efficacia della scrittura in rapporto a ciò che il lettore capisce e trattiene.

Le parole, compresi i sinonimi, non sono tutte uguali. Ci sono quelle che ci fanno più effetto, altre che sembrano scritte sul pentagramma, talune che sono più calde e avvolgenti.

Il punto della questione è: esiste una regola, o forse un metodo, per azzeccare in ogni contesto le parole migliori? Di certo, ci sono gli stili di scrittura e l’inclinazione personale a usare più frequentemente alcuni termini anziché altri, ma alcune linee guida universali ci possono aiutare per aumentare il grado di leggibilità e di efficacia di ciò che scriviamo.

1. Piccola è meglio.
Tutte le volte che usiamo una parola lunga al posto di un sinonimo più corto, ci allontaniamo dal bersaglio. Le parole corte, oltre a essere più facili da ricordare, favoriscono la chiarezza e la comprensione. Dietro gli abusati paroloni si nasconde sempre il sospetto del lettore: “Cosa starà cercando di vendermi?”.

2. Sarò breve.
Se una frase di quattro parole può essere scritta con tre è il momento di tagliare. Parole brevi e frasi brevi aiutano la leggibilità. I lettori, incalliti e no, non leggono quasi mai sequenzialmente, ma per blocchi. Questo significa che il superfluo ha solo lo scopo di allontanarli.

Le parole sono pallottole, meno te ne servono per colpire a segno e più bravo sei. - Andrea Gora Condividi il Tweet

3. Ti credo.
Da quando la scrittura ha cominciato ad affollare il web, molta della sua capacità di creare attenzione se la spende sulla credibilità. Le parole giuste, in questo caso, sono quelle che sanno giostrarsi, con un po’ di mestiere, fra la credibilità percepita (un argomento di cui tutti parlano si presume sia più importante di uno ignorato dai più), la credibilità relazionale (i nostri amici dicono che un certo argomento è una falsità), la credibilità superficiale (un argomento di cui non disponiamo le fonti e, pertanto, non ne abbiamo conferma), la credibilità personale (trattiamo un argomento controverso forti della nostra reputazione).

4. Non si fanno sconti.
Quando scriviamo, siamo portati a dare molte cose per scontate. Per esempio, io stesso mi accorgo di “saltare” delle spiegazioni perché le ho già scritte almeno un milione di volte. Dimenticando, invece, che molti lettori mi leggono per la prima volta. Del resto, l’efficacia della parola scritta è soprattutto una questione di frequenza. Più un determinato messaggio viene ripetuto e più aumenta la sua capacità di persuasione.

5. Nuovo? Meglio se un po’ usato.
Ammesso che esistano delle argomentazioni nuove in senso assoluto, è sempre preferibile innestare qualcosa di originale su qualcosa di esistente. Insomma, un messaggio moderatamente nuovo, condito con le giuste dosi di umorismo, sorpresa e complicità, è spesso quello più convincente.
Quando tutti i costruttori di automobili inseguivano il “sempre più grande”, la Volkswagen cambiò direzione “pensando in piccolo”. La casa tedesca prese un concetto vecchio (l’automobile) e lo fece vedere in un modo nuovo (piccola).

6. Dammi un la.
La memoria, si sa, è favorita dal ritmo, dalla cadenza, dal suono. Ricercare la musicalità di un dittongo o far risuonare un’allitterazione non sono pratiche meramente vezzeggiative. Una struttura di parole che non cozzano fra loro, rappresenta un piacere per gli occhi e per la mente. Questa è la ragione per cui avvertiamo “fisicamente” il ticchettio delle gocce ne “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio.

7. Punta alle sensazioni.
Le persone si dimenticano piuttosto in fretta delle cose che abbiamo scritto, ma si ricorderanno per sempre di come li abbiamo fatti sentire. Dante, alla fine del suo viaggio, non può tradire il lettore e deve trovare la maniera di descrivere Dio. Nessuno sa come è fatto Dio, ma il ghibellin fuggiasco si inventa un espediente letterario di rara bellezza: come un sogno di cui non ricordiamo nulla e al risveglio ci resta solo la piacevole sensazione che abbiamo provato.

8. Parole come immagini.
Le cose che ricordiamo di più sono quelle che hanno una forte componente visiva. Il segreto è racchiuso nel cervello che non fa differenza fra una cosa reale e un’altra vividamente immaginata. Se descrivo con le parole l’azione del coltello che stride sul piatto, molti di voi proveranno un senso di fastidio. Ma in questo momento non ci sono né il coltello, né il piatto. Esiste solo la loro immagine ricreata dalle parole.

9. Ci sono domande?
Le domande spingono a chiudere l’anello. Se scrivo “Sapete cos’è successo oggi?” è abbastanza naturale che nel cervello di molti lettori scatti un meccanismo di causa-effetto: “Cosa sarà successo oggi?”. La comunicazione persuasiva fa spesso leva sulle frasi interrogative per stimolare la generazione di processi mentali che, alla fine della fiera, aiutano il ricordo di quella specifica informazione.

10. Sogno o contesto?
La “fatica” di comunicare in maniera efficace va ricondotta, in molti casi, alla mancanza di chiarezza sul contesto di riferimento. Una parola semplice come “Bravo!” cambia completamente significato se utilizzata per redarguire il figlio con dei brutti voti in pagella o, all’opposto, complimentarsi con lui per l’en plein di 10.

I dieci comandamenti contengono 279 parole, la Dichiarazione Americana d’Indipendenza 300 e le disposizioni della comunità Europea sull’importazione di caramelle esattamente 25.911. (cit. Franz Josef Strauss)

Photo by brixton21

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