Correva l’anno

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Giostra illuminata del luna park

L’immagine degli anni che corrono, l’ho sempre trovata piuttosto bizzarra. È diventata un’espressione così diffusa (ci fu addirittura una trasmissione televisiva con questo nome) che, come è successo per molte altre parole “manomesse” dalla velocità tecnologica (per esempio, navigare), non facciamo più caso alla sua connessione distorta con il tempo.

Per dire, non sarebbe molto più rilassante per tutti se gli anni passeggiassero, anziché precipitarsi affannosamente uno dietro l’altro?

Così, un po’ per nostalgia (tipica di chi invecchia) e un po’ per le scorribande improvvise che ogni tanto compiono i miei quasi 100 miliardi di neuroni (non tutti attivi, ovviamente), mi sono affiorate alla memoria le strade vuote delle domeniche di austerity a cavallo fra il 1973 e il 1974.

Un periodo che per molti aspetti ricorda quello attuale. La crisi energetica, la guerra come fattore scatenante di un nuovo ordine nelle relazioni internazionali (allora il “teatro bellico” era il Kippur), la necessità di interrogarsi, ancora una volta, se avesse senso anche solo immaginare una golden age dello sviluppo infinita.

Sarà anche stato l’effetto della mia incosciente adolescenza, ma di quelle settimane di mezzo secolo fa ho memoria solo della mia bicicletta e dei miei pattini a rotelle. E comunque, uno sfondo di giorni lenti e, in particolare, di domeniche infinite, nonostante alle quattro e mezzo fosse già buio.

Il senso del tempo perduto

Poiché è impossibile una connotazione scientifica del tempo al di fuori di uno strumento che arbitrariamente lo misura, ci deve essere per forza qualcos’altro che incide sulle percezioni, anche oltre i nostri “tempi interiori”.

Siamo animali sociali, per molti versi non dissimili dalle altre specie rispetto alle quali ce la caviamo anche malamente, ma soprattutto siamo animali economici. E su questo ultimo aspetto, senza ombra di dubbio, siamo i peggiori del pianeta.

Soprattutto dopo la sostituzione del baratto – tipico del sistema feudale – con la moneta (siamo nel XVI secolo), la correlazione fra tempo e denaro è diventata sempre più dominante. Anche senza essere dei broker finanziari, tutti capiscono che i soldi costano in relazione al movimento delle lancette dell’orologio. Se non fosse così, non esisterebbero i tassi d’interesse.

Su questa linea si trova un caposaldo della società capitalistica, il profitto. Tutti, chi più e chi meno, orientiamo le nostre azioni verso la sua massimizzazione. Il problema si pone, e i fatti di questi mesi lo dimostrano, quando si finisce per confonderlo con l’avidità. Non porsi mai la questione del limite fa sì che anche gli stessi precetti economici deraglino con esiti drammatici.

In sostanza, gli anni che corrono hanno spalancato le porte all’economia individuale comportamentale dove non ci preoccupiamo più del tempo di tutti (compreso quello di coloro che devono ancora venire), ma solo del nostro.

Senza il senso del limite tutto perde valore

Il paradosso è che ci comportiamo come se non dovessimo morire mai (la dipartita è sempre una faccenda altrui), con l’illusione di poter comprendere l’infinito dentro un contesto di cose finite.

E quando perdiamo il valore del limite, tutto diventa un fatto di natura. Ovvero, qualcosa che nella nostra mente è sempre esistito.

Così, non potendo obbligare nessuno a consumare un caffè, ecco che per lo stesso corrispettivo ci siamo inventati le toilette a pagamento. Abbiamo cioè trasformato un bisogno (fisiologico e senza possibilità di contenerlo) in un servizio.

Si dirà, come è giusto, che il servizio ha un costo e che qualcuno deve sostenerlo. Tutto vero, ma se a un individuo con un bisogno impellente manca la monetina (perché non ha spicci, perché il cambia-monete è guasto, perché proprio non ha soldi) non gli viene offerta l’alternativa, se non quella di dare “spettacolo” in luoghi incongrui.

Cominciare a dare per scontate (e inevitabili) queste situazioni “economiche”, con la complicità del tempo che corre, è facile prevedere altre deviazioni aberranti del sistema.

Il costo dell’aria pulita, per esempio. Oppure, che per effetto del principio di domanda-offerta, sia “naturale” distruggere del cibo quando una buona parte del pianeta muore perché non ha nemmeno le briciole, che pur pagando il servizio sanitario pubblico il tempo, proprio per scongiurare di morire anzitempo, ci costringa a rivolgerci a quello privato, che, infine, volendo essere pignoli, è impossibile comprare un solo litro di benzina (per dire, non esistono tagli di moneta per pagare una cifra come € 2,137).

Al punto cui siamo arrivati, solo un folle potrebbe pensare e dire di fermare tutto. Ma, d’altra parte, mai come in questo momento abbiamo il bisogno urgente di rallentare. Di cominciare a vedere gli anni come una rivoluzione possibile della lentezza, dove l’unica ebbrezza è quella di sentire che stiamo vivendo dentro il respiro primordiale del tempo.

Foto di Niklas Jeromin

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Correva l’anno
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Correva l’anno
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"Fermate il mondo, voglio scendere!", era lo spot di un famoso amaro. Per ora, non potendo andare altrove, possiamo tentare di rallentare.
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Sergio Gridelli Blog
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Di Sergio Gridelli

Sono nato e vivo a Savignano sul Rubicone (FC), una piccola città della Romagna attraversata dal fiume che segnò i destini di Roma. PERCHÉ LO FACCIO Ho sempre pensato che l’impronta di ciascuno di noi dipenda da un miscuglio di personalità e di tecnica. Se questi due ingredienti sono in equilibrio nasce uno stile di comunicazione unico, subito riconoscibile fra tutti gli altri. Perché in un mondo tutto marrone, una Mucca Viola si vede eccome! COME LO FACCIO Aiuto le persone a trovare le motivazioni che le rendono uniche. Non vendo il pane, vendo il lievito. COSA FACCIO Mi occupo di comunicazione aziendale e della elaborazione di contenuti per il web. Curo i profili social di aziende e professionisti. Tengo corsi sulla comunicazione interpersonale, il public speaking, il marketing digitale e su come realizzare presentazioni multimediali efficaci.

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