Il luogocomunismo

Ieri sera a Chetempochefa, presentando il suo ultimo libro, Umberto Eco ha letto un lungo elenco di luoghi comuni dei quali si avvalgono i giornalisti. Il campionario è molto vasto e articolato, si va dal classico dei classici “è iniziato il controesodo” fino all’evergreen “fuori dal tunnel”, con in mezzo estese praterie dove scorrazzano indisturbati i vari “la stanza dei bottoni”, “qualcuno scende in campo”, “nel mirino degli inquirenti”, “i peggiori giri di valzer” e via di questo passo.

Si raccontava una volta (molto tempo fa), con punte di autentico cabaret, che le cose erano vere solo se scritte sull’Unità, lo storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci. “L’ha scritto l’Unità” è divenuto nel tempo il marchio di fabbrica di qualsiasi fatto indiscutibile, vero a prescindere.

Ascoltando il divertente elenco di Eco, mi sono così balzate alla mente molte costruzioni letterarie che sono diventate via via una verità de facto. Oggi, queste frasi “sgangherate” sono talmente diffuse e ricorrenti che ormai rappresentano un modello di riferimento per molte occasioni. Esulano (per il momento) da questa mia disquisizione i vari sdoganamenti grammaticali che vanno da “scemo” (scritto sui muri rigorosamente senza la “c”) a “vendesi” (usato anche al plurale, al posto del corretto “vendonsi”). Per non parlare delle “ciliege”, delle “provincie” e dal redivivo “daccordo”.

Invece, alla inossidabile teoria del luogocomunismo vanno ascritti i cartelli “Chiuso per ferie”, tutti variamente assortiti, ma molto omologati nella parte scritta a mano, quella che indica per l’appunto i giorni di chiusura. Salvo pochissime eccezioni, gli amanuensi sono concordi nell’aggiungere, casomai non si dovesse capire, il fatidico “compreso”. Cioè, l’avviso completo suona più o meno così: “dal 12 gennaio al 24 gennaio compreso. Circa la necessità “informativa” di specificare che si è chiusi anche l’ultimo giorno sfugge a qualsiasi logica di comunicazione, ma è talmente invalso l’uso che nessuno ci fa più caso. Anzi, pare quasi che senza questa aggiunta (di precisione) si possa temere il disorientamento da parte dei propri clienti.

Probabilmente, ma non ne sono certo, questa consuetudine è stata mutuata dalle comunicazioni ufficiali (e scritte) degli enti pubblici. Qualcuno sa dire perché il termine di consegna di una determinata domanda non possa limitarsi semplicemente all’indicazione della data di scadenza, ma venga sempre “necessariamente” aggiunto “e non oltre”? Forse, ciò è dovuto al bisogno di rendere maggiormente perentorio il termine fissato, perché un limite, si sa (cosa del tutto italiana), porta con sé sempre un quid di flessibilità. Non si vorrà mica sostenere che il limite di 50 Km orari non si possa estendere tacitamente a 53 o 54?

Arriviamo così a tutta la questione dei divieti. Se le parole hanno un senso condiviso, dire che una cosa è vietata dovrebbe bastare come deterrente a compiere l’illecito. Invece no. Se vi è capitato, o vi capita, di viaggiare in treno vi sarete accorti dell’esistenza di un ricco campionario di comunicazioni scritte (e diffuse via altoparlante) che dimostrano quanto i luoghi comuni siano duri a morire.

Dire che “è vietato attraversare i binari” in luogo di “è severamente vietato attraversare i binari” si vede che rende, con ogni probabilità, la proibizione meno spaventosa e “vietata”. Il “solo” vietato ormai equivale a un “si può fare, ma stai attento”. Invece, la “severità” di sicuro farà prefigurare a carico del trasgressore un processo seduta stante e l’interdizione perenne da tutte le stazioni d’Italia. Mah!

A parte gli aspetti di queste faccende, per così dire, “spiritose”, mi pare ci sia qualcosa di più profondo e tendenzialmente sottovalutato. Quando con le parole si creano nuovi (ancorché falsi) immaginari, questi assumono lo statuto di qualcosa che è sempre esistito, e dunque di fatto vero. Non è solo un aspetto che riguarda il buon uso della lingua italiana, ma così perseverando si finisce per determinare un fenomeno che modifica i rapporti e il senso delle azioni e delle cose.

Concludo in bellezza (!?). Come è stato possibile che la bandierina di una nota major del software finisse stampata su uno dei tasti di qualsiasi computer in commercio? Perché la cosa non stupisce nessuno, mentre (forse) ci farebbe specie vedere impresso il cane a sei zampe sul tappo della benzina della nostra automobile?

La mia risposta, forse lo si è capito, va ricercata nella manipolazione del significato delle parole. Un processo che piano piano si è trasformato in un paradigma di verità. Quando appare “ovvio” che la scuola pubblica (compresi i libri di testo ufficiali) chiami Word un editor di testi e insegni a navigare la rete solo in un modo, con Internet Explorer, è del tutto “naturale” che poi un insieme di tasti, schermo e mouse venga chiamato Windows.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.