La cattiva maestra

Da qualche tempo si è fatta consuetudine l’interazione fra il vecchio media mainstream e le più moderne piattaforme sociali del web. Mi riferisco in particolar modo alla modalità di commentare e intervenire in diretta nei dibattiti televisivi con un tweet o con un post sui vari social media.

In questi giorni, complici le drammatiche vicende parigine che hanno saturato tutti i canali del tubo catodico, mi sono chiesto a più riprese se “fra noi”, che abitiamo stabilmente il web, e il mondo “fuori dalla rete” ci potesse essere la stessa lunghezza d’onda nell’interpretare i fatti e le opinioni.

Più precisamente, quelli che dedicano (esclusivamente) il loro tempo alla televisione generalista hanno la nostra stessa percezione circa l’istantaneità dell’informazione e il suo approvvigionamento multi-interdisciplinare? Pur nella difficoltà a essere obiettivi, soprattutto se si affronta la questione da una specie di piedistallo che ci siamo costruiti in quanto comunità “superiore” di eletti, sempre “troppo avanti” rispetto a coloro che, per scelta o sfortuna, non sono ancora “cablati”, mi pare di cogliere (mediamente) negli “antennati” totali un abbassamento del bagaglio di conoscenze. Ciò si traduce abbastanza automaticamente nell’avere maggiori difficoltà ad affrontare le sfide della vita, cercando (e trovando) spesso le soluzioni più immediate e superficiali. Popper nel suo pamphlet “Cattiva maestra televisione” si spinge addirittura più avanti, accusando la scatola parlante di istigare alla violenza.

Quella televisione che ai suoi albori aveva avuto la fondamentale funzione di alfabetizzare una popolazione italiana “unificata” solo sulla carta e non certo per la lingua, nel XXI secolo ci ha fatto precipitare in un sostanziale analfabetismo di ritorno.

Non si tratta solo di ignorare chi ha scoperto l’America o giorno, mese e anno della rivoluzione francese, il problema più consistente pare essere la difficoltà stessa di saper costruire narrazioni. Anche solo raccontare la trama di un film rappresenta un’impresa improba per una buona fetta di persone.

Per altro verso, il quadro delineato da Tullio De Mauro sull’analfabetismo funzionale degli italiani è, se possibile, ancora più drammatico. Il 5% degli italiani è analfabeta, il 33% si ferma al primo test sulle competenze linguistiche e aritmetiche. Non riesce a leggere oltre il 30%, mentre non capiscono quello che leggono più del 50% dei nostri connazionali. Poi, confermando un percepito piuttosto evidente, più del 70% non legge mai alcunché.

C’è poi un fenomeno molto più allarmante. I giovani italiani (16 anni di età) sono al quarto posto in Europa per consumo di psicofarmaci senza prescrizione, immediatamente dietro Polonia, Lituania e Francia (Studio Espad – European school project on alchool and other drugs).

A questo punto, sebbene possa apparire azzardato, se non addirittura improponibile, mi sento comunque di prendere in considerazione situazioni che si mostrano sempre più come le due facce della stessa medaglia. Insomma, che si tratti di una dose di benzodiazepine o di reality televisivo, c’è un filo che unisce entrambe le tipologie esperienziali: la finzione.

Un modo per “evadere” da una realtà senza più alcuna “eccitazione” per il sapere e il suo senso di compiutezza intellettuale. Una via di fuga, semplice e solubile. Da bere, appunto.

I quindici minuti di celebrità, profetizzati da Andy Warhol, sono ormai straripati dentro l’obiettivo principale di un’intera esistenza. La delegittimazione della cultura e della conoscenza, un tempo veri capisaldi di qualsiasi affermazione sociale, trovano la sponda di apparizioni televisive meteoriche, in cui l’unico requisito richiesto è quello di sapere poco o nulla e, al pari, di non avere alcuna abilità specifica. Anzi se non si sa fare un bel niente di niente è ancora meglio.

E siccome la realtà (quella di tutti i giorni, dietro alle telecamere) così com’è non è altrettanto “elettrizzante”, la chimica offre (senza ricetta medica) la soluzione a portata di mano. Come già detto da qualcuno, la televisione e, aggiungo io, gli psicofarmaci, sono le nuove armi di distrazione di massa.

Quasi come un gas velenoso inodore, piano piano è arrivata anche l’assuefazione. Fra una pasticca ansiolitica e le gocce di un antidepressivo, si aderisce a qualsiasi bombardamento televisivo, senza tentare più alcun riscatto critico. Anzi, la nostra narrazione è perfettamente formattata dentro le storie delle fiction o della pubblicità. Infatti, di cosa si parla nei luoghi di relazione, se non di “spiriti” televisivi?

L’ho già detto e lo ripeto, c’è un deserto di sapere. C’è bisogno di ricominciare a raccontare le esperienze e di confrontarsi con gli altri attraverso una delle poche cose che ancora ci appartiene: l’emozione di imparare.

Elaborare sensazioni, mescolarle con altri tracciati di conoscenze, trovare nelle parole la risposta terapeutica al vuoto culturale e alle varie forme di aridità individuali, sono il solo modo per non farsi lobotomizzare dai grandi fratelli, dalle isole dei più o meno famosi, dai talk show di nullità che nell’accondiscendenza generale vengono eretti a opinionisti di qualsiasi cosa.

Al netto di qualsivoglia eccesso o devianza, una possibile risposta può venire dalla rete digitale, più precisamente ha buone probabilità di scaturire da quel dialogo dal basso che inonda i blog, i social media, i forum, le chat. Momenti dove il corpo, ancorché inesistente, si ricostruisce nel pensiero che diventa prepotentemente forma.

È così che i lettori e gli spettatori si frantumano, lasciando il posto all’epifania degli scrittori e degli artisti che albergano, da sempre, in ciascuno di noi. E quando si diventa protagonisti con il proprio sapere, la ragione si fa cura e la conoscenza diventa valore.

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