Il backup della mente

Immaginate di andare dal vostro dottore per un problema di amnesia. Potrebbe essere un principio di Alzheimer o semplicemente una “smemorizzazione” temporanea di breve durata. In entrambi i casi, il medico procederà con un’iniezione endovenosa di 2 ml concentrati di nanorobot, sui quali precedentemente era stato fatto il backup del vostro cervello.

Fantascienza? Un film di Spielbeg? Esperimenti militari segreti? Niente di tutto questo. Semplicemente, è ciò che Raymond Kurzweil prevede succederà fra una ventina di anni, grazie allo sviluppo esponenziale delle nanotecnologie. Anzi, secondo lo scienziato il procedimento sarebbe in linea tecnica già possibile oggi. Per dirla con William Gibson, “il futuro è qui, solo che non è distribuito equamente”.

Per intenderci, Kurzweil non è uno di quegli “studiosi” che hanno preconizzato la fine del 2012, e tanto meno le strane congiunture astrali o i misteri riconducibili all’invasione terrestre da parte di forme di vita aliene. Ha all’attivo 19 lauree honoris causa e la sua visione scientifica, se posso usare questa definizione, si è già tradotta in risultati concreti. Mi riferisco alla messa a punto di metodologie per il riconoscimento vocale, alla lettura ottica dei caratteri stampati (OCR), all’e-reader per le persone non vedenti, alla sintetizzazione della voce umana, alla elaborazione di un altissimo numero di variabili nel campo degli investimenti economici, il Financial Accelerating Transactions from Kurzweil Adaptive Technologies (FatKat), alla collaborazione con Google sul piano della gestione e salvaguardia dell’energia a livello planetario.

Anche se in termini molto più complessi, questa sua ultima “provocazione” rientra nel novero di quelle già lanciate in passato. Per dirne una, già all’inizio degli anni ottanta aveva previsto il web così come lo conosciamo oggi, e c’è da credere che anche allora si prese del “pazzo visionario”.

Veniamo al punto. Kurzweil prevede che si potrà fare il backup del cervello umano. Cioè, ognuno di noi avrà la possibilità di fare il download (e conseguente upload) della propria memoria, dei pensieri, delle esperienze. Come dire, un supporto esterno conterrà tutto il nostro cervello, rendendo eterno il tracciato mentale di una vita.

Se da un lato sono facilmente immaginabili i vantaggi in campo medico, dall’altro appaiono evidenti non pochi risvolti problematici. Perché, come si sa, la tecnologia nasce neutra, ma non si può dire altrettanto del suo utilizzo. In questo senso, un coltello da cucina è innocuo fino a quando non finisce nelle mani di un serial killer.

Quindi, alla straordinaria facilità con la quale si cureranno le malattie degenerative o traumatiche del cervello, si accompagneranno risvolti non altrettanto vantaggiosi. Alcuni li possiamo già mettere in evidenza oggi.

Il cervello ha dei meccanismi di protezione che gli consentono di privilegiare selettivamente la memoria allo scopo di garantirsi la sopravvivenza. Più che una rimozione, le mente umana mette sullo sfondo il dolore e le sofferenze, dando risalto agli equilibri basati sulla gioia e la serenità. Il tempo, per altro verso, è “l’additivo” che consente di “ricordare meno” le cose spiacevoli della vita.

Pertanto, la possibilità tecnica di ricordare tutto finirebbe con il vanificare la preziosa e vitale opera di messa a fuoco del cervello.

Una traiettoria critica coinvolge il concetto di “esternalizzazione” delle conoscenze. Lo “sforzo” di memorizzare è sempre stato sotto assedio, dall’invenzione della scrittura (trasferimento della memoria su un supporto diverso dal cervello) alle più moderne rubriche elettroniche dei telefonini (quanti numeri di telefono sappiamo a memoria?), passando per la conoscenza hic et nunc affidata ai bit della rete (perché memorizzare una data storica quando la posso recuperare velocemente con un click?).

In sostanza, a più informazioni equivale una maggiore incapacità di elaborazione delle stesse, con conseguente atrofizzazione della memoria. Detta così, sembrerebbe che internet renda tutti più stupidi. In realtà, la questione non riguarda la rete, piuttosto coinvolge la perdita dell’attitudine all’analisi critica. Internet e una grande libreria (poniamo la più grande del mondo) sono simili sotto molto aspetti. La notevole disponibilità di sapere rafforza il senso critico e aumenta l’interazione fra le informazioni, permettendo di sviluppare più approfondite capacità di analisi.

Pur tuttavia, il problema della distrazione è concreto. Sul web, la lettura via iperlink, nel superare la “rigidità” sequenziale dell’apprendimento, provoca la perdita di passaggi probabilmente essenziali per la comprensione. Si potrebbe quasi dire che la velocità del ragionamento sovrasti quella della memorizzazione. Una specie di disallineamento fra software (il pensiero) e hardware (la memoria di massa del cervello).

Un altro elemento è rappresentato dallo sviluppo esponenziale della tecnologia. La legge dell’informatica di Moore ci dice che ogni diciotto mesi i processori raddoppiano di potenza e il loro prezzo si dimezza. Quindi, la previsione di Kurzweil, per quanto fantascientifica, sta perfettamente dentro il paradigma che avremo tecnologie informatiche sempre più veloci e performanti, e questo non esclude la possibilità di utilizzare i nanorobot all’interno del corpo umano. Del resto, tutta la teoria della Singolarità si basa sul concetto che i computer diventeranno sempre più piccoli e accresceranno a dismisura la nostra capacità di “misurare” il mondo.

La previsione di Kurzweil è che l’uomo si “unirà” sempre più alle tecnologie che produrrà. Succede già oggi con gli organi artificiali, includendo non solo i manufatti bio-tecnologici, ma anche il materiale organico sviluppato al di fuori dell’organismo.

Riflettiamo su un fatto. Gli esseri umani hanno una capacità computazionale pari a circa dieci alla sedicesima elaborazioni al secondo e nel prossimo mezzo secolo questa performance non cambierà di molto. Nello stesso lasso di tempo, le nanotecnologie avranno sviluppato una potenza di elaborazione di molto superiore a quella biologica. Ciò significherà che l’interpretazione del mondo o, se si vuole, la conoscenza in senso lato, saranno veicolati da “sostanze” extra-biologiche, più di quanto non succeda già adesso.

Oggi, una delle principali preoccupazioni dei governi è costituita dalle armi di distruzione di massa di tipo “tradizionale” (nucleare e virus biologici). In futuro (ma sarebbe bene pensarci da subito) la vera minaccia saranno i malware, i quali potrebbero davvero deviare il corso della storia verso un tipo di tirannia globale. Allora, più di adesso, la battaglia perché tutto il software sia open source per sapere come sono fatti i programmi che gestiscono non solo le informazioni, ma anche qualcosa che assomiglia molto a tutta la nostra vita, diventerà una vera e propria questione di sopravvivenza della razza umana.

In ultima analisi, l’idea di Kurzweil pone sostanzialmente degli interrogativi di ordine etico. Una volta trasferita la memoria umana su un substrato non-neuronale, da quel momento sarebbe indipendente da colui che l’ha generata e potrebbe essere possibile il successivo upload nelle sinapsi di un altro individuo, con effetti facilmente immaginabili.

Non si può nemmeno escludere la messa a punto di una sofisticata tecnica gestionale per decidere quali e quante informazioni salvare durante il mind transfer. Un po’ come succede quando facciamo il backup dei dati dal nostro client di posta, dove possiamo scegliere se salvare tutto o solo la cartella dei messaggi ricevuti.

Chiudo con una battuta (che al momento non sono certo lo sia per davvero). Anche in quel futuro preconizzato da Kurzweil sarà una questione di possibilità economiche. Ci sarà chi dovrà accontentarsi della versione base e quelli più facoltosi che, senza batter ciglio, potranno scegliere la Professional Edition.

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