L’ecologia del sapere, fra nativi digitali e adolescenti navigati

“Che ne sa un pesce dell’acqua in cui nuota per tutta la vita?”, sosteneva Albert Einstein. Il genio della teoria della relatività aveva intuito come l’ambiente che ci circonda, di cui spesso ne siamo completamente inconsapevoli, è di fatto un contesto vitale.

Che ne sa un pesce dell'acqua in cui nuota per tutta la vita? (Albert Einstein) Condividi il Tweet

Oltre agli elementi naturali, oggi tutti siamo immersi in un fluido connettivo che permette lo scambio delle comunicazioni a velocità mai viste prima. Così come l’acqua è il medium dei pesci, il digitale è diventato il contesto di gran parte delle attività umane.

Saltando a piedi pari la querelle sull’esistenza dei cosiddetti nativi digitali (etichetta artificiosa che vorrebbe riconoscere tout court un’innata competenza digitale), il quesito che mi pare più azzeccato porre è: cosa ne sanno i nati dopo il 1985 dei media elettronici con i quali intrecciano le loro vite?

Per tutti quelli che se li sono trovati in mano fin dalla culla, i media appaiono scontati e, pertanto, impercettibili. Fin da subito sono diventati, ma questo vale anche per noi “immigrati digitali”, dei veri propri ambienti che formano le loro e le nostre esperienze.

Il network e il media si fondono dando luogo a traiettorie cognitive che determinano, trasformano e condizionano le nostre relazioni. Di tutto questo universo, un aspetto alquanto sottovalutato sembra essere quello relativo alla trasmissibilità del sapere alle generazioni future.

C’è molta attenzione (spesso folkloristica) sulle derive borderline del “fenomeno internet”, dalle dipendenze fino ad arrivare alle vere e proprie devianze, ma poco o nulla ci si occupa delle sorti della conoscenza. Detto in altri termini, ormai tutto quello che conosciamo e sappiamo viene veicolato attraverso algoritmi complessi di cui non conosciamo la struttura e men che meno le funzionalità. Tutto il sapere “salvato” in formato Word (e in una miriade di altre estensioni proprietarie) potrà essere ancora accessibile fra un po’ di anni? Quale istituzione pubblica è oggi in grado di garantire sull’affidabilità di coloro che occultano questi protocolli di codifica? Perché le istituzioni pubbliche (specie quelle scolastiche) sottoscrivono protocolli d’intesa con un monopolista come Microsoft che fa del segreto la sua principale missione imprenditoriale?

Il controllo del sapere ha sempre affascinato le nomenclature. Anche quando la costosa conoscenza per pochi è stata scardinata dal ciclone Gutenberg, la conservazione del potere per il potere non ha perso tempo nel mettere all’indice le pubblicazioni più “pericolose”. La storia ci ha poi insegnato che chi brucia i libri non ha mai tardato molto a bruciare anche le persone.

Le stesse resistenze che si incontrano sulle politiche ambientali (la fragilità degli impegni “modello Kyoto” rappresentano l’emblematica caricatura di una classe politica mondiale che balla e si diverte sul Titanic), trovano i medesimi presupposti nel tentativo di superare il controllo delle forme immateriali del sapere.

Da quando la conoscenza si è staccata dai suoi supporti fisici (la pietra, la carta, il vinile), il sapere è diventato leggero e, di converso, più rapido nella sua diffusione. Siccome questo processo è inarrestabile (digital divide a parte), l’unico modo per conservare il controllo sulla condivisione della conoscenza passa attraverso forme più o meno eleganti di blindatura.

Non sto parlando solo del copyright e dei brevetti (a quando una seria revisione al ribasso della loro durata?), ma anche dei protocolli digitali, dai formati dei file ai DRM.

Un sapere che resiste al tempo (formati digitali aperti e noti a tutti) è l’unica strada che consente un reale decentramento del potere, all’opposto si continuerà a perseguire la teoria dell’accentramento del profitto.

Ecco perché i rapporti che gli organismi viventi intrattengono fra loro e con l’ambiente in cui vivono diventano il riferimento per una nuova o, se si vuole, più compiuta ecologia.

Così come abbiamo avuto in eredità dalle generazioni future il pianeta che abitiamo, allo stesso modo dobbiamo avvertire come irrinunciabile il dovere di trasmettere a chi verrà dopo di noi tutto il progresso intellettuale di cui siamo stati capaci. Ciò sarà possibile solo se già da ora affidiamo tutte le nostre conoscenze a un mondo digitale senza lucchetti. Al netto della buona fede, chi è oggi in grado di scommettere che fra cento anni, o meno, i documenti delegati alle “amorevoli” cure del punto-doc potranno essere interpretati e letti?

È una questione di ecologia del sapere. Se da un lato ogni azione in rete lascia delle tracce profonde sul sentire nostro e su quello degli altri (dalle poesie più sgangherate alle ricerche accademiche), dall’altro si avverte l’urgenza di preservare tutta questa immensa mole di attività cognitiva.

La mia e le altre generazioni, fra salti in avanti e molte capriole all’indietro, ci hanno portato fino qui. Ora, servono nuove energie e inedite intuizioni.

Penso a quelli che chiamo gli “adolescenti navigati”.
Una generazione che, in questi tempi turbolenti, non si limita a saper usare un aggeggio elettronico (molto più spesso, competente solo a far partire un gioco sulla Playstation) o a inventare una pseudo-lingua sgrammaticata priva di narrazione, ma che fa i conti con i rischi (e i vantaggi) connessi al passaggio fra la città-mondo e il mondo che è diventato una città, che sa la differenza fra essere iper-informati e ben informati, che è consapevole dell’imprescindibilità della condivisione del sapere.

Questa generazione che trasformerà il mondo in un posto migliore è oggi nelle scuole. Sono ragazze e ragazzi che ci stanno già chiedendo gli strumenti per farlo. Purtroppo, a questo grido di liberazione le istituzioni si ostinano a rispondere con l’idiozia dell’ECDL (mi assumo in tutto e per tutto la responsabilità dell’affermazione), con le LIM dove passano esclusivamente i video di YouTube (per parlare solo degli usi più avanzati), con bonus a “esperti” che insegnano come si fa il copia-incolla su Microsoft Word.

La rete e il computer (per usare la terminologia che piace tanto alla scuola) sono solo in minima parte un problema tecnico. Il mondo connesso pone questioni ben più rilevanti sul piano dei valori.

È a questo livello che entrano in gioco le esperienze che consentono di preservare le diversità, le competenze che fanno comprendere come il capitale intellettuale non sia una merce soggetta alla schizofrenia delle borse, l’ascolto come modalità di arricchimento, l’interazione fisica che non può essere risolta con due faccine in un post.

Fra i bisogni primari e quelli cognitivi, insegna Maslow, ci stanno in mezzo le relazioni. Il medium tecnico senza dubbio le agevola , ma l’high touch non può prescindere dalla consapevolezza del nostro ruolo nel lungo cammino del progresso umano. Non saremmo noi se 2.500 anni fa i pensatori greci avessero reso indecifrabili i loro pensieri.

Un pesce non sa cos'è l'acqua fino a quando non scopre l'aria. (Marshall McLuhan) Condividi il Tweet

“Un pesce non sa cos’è l’acqua fino a quando non scopre l’aria”. È la speranzosa aggiunta di McLuhan alla citazione di Einstein.

Photo by McLac2000

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