Verso una memoria senza ricordo

Tutte le sere la televisione ci propina svariati quiz a premi in cui l’unico denominatore comune pare essere la mancanza di memoria dei concorrenti. Non è solo in ballo la memoria storica, sebbene sia di una gravità assoluta non sapere se c’è stato prima il Risorgimento o la Resistenza, ma mi riferisco anche quella più meramente funzionale, ormai delegata quasi completamente alle nuove protesi digitali: i telefonini.

La delocalizzazione della memoria, dal cervello ai circuiti integrati dello smartphone, si intreccia con fenomeni molto complessi e di difficile previsione nei loro sviluppi futuri.

Per i nativi digitali il telefonino è, in buona sostanza, un “prodotto di natura” come possono essere una mela o una melanzana che esistono praticamente da sempre. Allo stesso modo, i numeri della rubrica del cellulare (anche quelli affettivamente più importanti) rappresentano la “memoria” in senso lato, un intreccio di neuroni extra-corporei dove risiedono i nodi e i collegamenti della loro rete di amicizie. Una “smemorizzazione” accidentale li rende improvvisamente nudi di fronte al mondo, senza “contatto”, perché la modalità per entrare in connessione con gli altri (i loro numeri di telefono) non ha mai conosciuto l’alternativa delle loro sinapsi.

Sul telefonino ci sono tantissime informazioni, compresa una facility come la calcolatrice che ci “salva” nel calcolo di una percentuale. Pur tuttavia rimane tutto in superficie e fuori dai nostri “magazzini naturali” di conservazione del pensiero. Nell’era pre-googliana il ricordo (e, per esteso, la memoria), rimandava ancora alla sua radice latina, dove la particella “cor” si traduceva nel “mettere qualcosa nel cuore”. Come a stabilire che la memoria non è un semplice artificio d’archivio, ma una cosa viva che per l’appunto entra in un rapporto osmotico con le emozioni. In questo senso, anche un “freddo” numero di telefono imparato a memoria fa sobbalzare il cuore, se è quello di una persona cara cui teniamo molto.

La memoria depositata nel silicio è una sorta di navigazione sul pelo dell’acqua, mentre il ricordo biologico assomiglia più a una immersione in mare aperto, dove anche il solo trattenere il respiro fa maggiormente comprendere sé stessi e il mondo.

Il telefonino che abbiamo in tasca è il principio (e la causa?) di molte nostre atrofizzazioni funzionali. Perché studiarsi il percorso di un viaggio sconosciuto quando c’è il GPS integrato? Perché preoccuparsi della grammatica quando c’è il correttore istantaneo? Perché imparare le tabelline quando la calcolatrice non sbaglia mai?

Per chiarire come gli effetti dell’ondata tecnologica abbiano segnato maggiormente le fasce più giovani di età, la Trinity College di Dublino ha valutato la “trasformazione generazionale” della memoria umana. Nel dettaglio, l’87% degli over cinquanta ricorda a memoria la data di compleanno di almeno tre suoi famigliari, mentre solo il 30% degli under trenta riesce nella stessa impresa, oltre a non ricordare il numero di telefono di casa propria. A tutto questo, vale la pena di aggiungere che il 10% delle persone fra i venti e i trentacinque anni soffre di disturbi della memoria.

John von Neumann, uno dei padri dell’informatica, ha stimato che durante una vita il cervello umano memorizza una quantità tale di ricordi paragonabile a circa 280 miliardi di miliardi di bit. Tutto questo con una bio-struttura costituita da 100 miliardi di neuroni che per funzionare efficacemente hanno bisogno di lavorare costantemente. La curiosità e la memoria sono le principali attività che creano nuove connessioni e incrementano le capacità intellettive.

Come è ormai risaputo, il cervello va allenato, alla stregua di un muscolo. Tutti sappiamo la grande differenza che passa tra leggere un libro e studiarlo. Così come è ben presente la fatica “fisica” di riprendere gli studi a distanza di anni.

Il paradosso è che mentre c’è una grande attenzione per la “scolpitura” del fisico, ci disinteressiamo quasi completamente del mantenimento in efficienza della nostra sostanza cerebrale.

La memoria non è solo questione di backup di numeri, di date, di istruzioni messe da qualche parte e richiamabili al bisogno, la memoria è soprattutto un collante che tiene insieme la nostra vita. Non è esattamente la stessa cosa collocare una data storica nella nostra linea del tempo rispetto alla sua apparizione su un display dopo una ricerca passata per vari tentativi, più o meno casuali. Infatti, fra la storia (non importa se collettiva o personale) e la memoria c’è un confronto continuo.

La memoria è intrecciata con il tempo, ne segue la direzione e, grazie alla sua potenza, è in grado di invertirne il senso. Solo grazie alla memoria possiamo verosimilmente riflettere su noi stessi, su quello che abbiamo fatto, su ciò che faremo. In fondo, anche la tabellina del sette o la data dell’Unità d’Italia, imparate a memoria, rendono più ricca ed efficace la nostra “cassetta degli attrezzi”.

Non è un caso se la mitologia greca indica Mnemosine come la sorella di Crono. Memoria e tempo insieme, due espressioni che condividono la medesima origine.

Ecco allora che ci appare una straordinaria costellazione universale, dove si ritrovano sullo stesso piano la memoria, il tempo, la mente e il corpo.

Così il corpo diventa l’interfaccia fisica della mente. Ce ne rendiamo conto quando le malattie degenerative, collegate alla perdita di memoria, prendono il sopravvento. In quel preciso momento non vengono solo a mancare i ricordi e il tempo, ma se ne va il significato stesso del sé e quindi il corpo stesso.

Non si può vivere senza memoria e per quanto raffinate possono essere le sue protesi, non ci potrà mai essere un circuito elettronico che si dimentica la data del vostro anniversario di matrimonio e, arrossendo, chiede scusa.

P.S. Oggi, quasi tutti i giornali e i blog aprono con il massacro della redazione del periodico satirico Charlie Hebdo. Fiumi di commozione si intrecciano alle più disparate prese di posizione, come sempre succede in questi casi. Nello sgomento che pervade anche me, ho scelto la leggerezza e la sottrazione di peso. Ho imbracciato l’invincibile arma della normalità attraverso la prospettiva della memoria, l’unica speranza che ancora ci può indicare la strada.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.