La presentazione è una bella storia

Pubblicato

Passino l’alibi del caldo (l’aria condizionata cosa l’hanno inventata a fare?), la scusa che ci sono le ferie imminenti e che non c’è stato tempo per prepararsi meglio, l’idea che le presentazioni vanno fatte “perché tanto le fanno tutti”, ma sullo sfondo resta un dato inconfutabile: se si comunica male nulla sarà più come prima.

Alla base di qualsiasi presentazione ci sono due presupposti che bisognerebbe avere chiari in mente fin da subito: la condivisione di un’idea (o di un lavoro) allo scopo di ottenere l’approvazione (o semplicemente l’attenzione) del pubblico. È chiaro che se non si è animati da questi obiettivi, molto probabilmente si è nel posto sbagliato.

Uno degli errori che rilevo sistematicamente quando assisto a una presentazione è l’esclusiva concentrazione dello speaker su quello che lui deve dire, anziché su ciò che invece il pubblico vuole sapere. Si tratta di una situazione che trova le sue origini nella mancanza di un’accurata (per quanto “banale”) analisi del contesto:

  • a chi è rivolta la presentazione (colleghi, clienti, partner?);
  • quale soluzione si offre al pubblico (quest’ultimo è lì perché si aspetta la risposta a un problema, grande o piccolo che sia);
  • come si trasmette la passione che rende emotivamente credibile la presentazione.

Se i primi due aspetti appartengono, per così dire, alla categoria del “minimo sindacale” per costruire una presentazione efficace, l’ultima condizione richiede piuttosto l’elaborazione di una narrazione.

Partiamo da qui. Non esistono un presentatore e un certo numero di slide, esiste una presentazione che è la nostra storia. C’è un inizio, uno svolgimento e una fine dove le esperienze del relatore si fondono con il problema da risolvere.

Alle persone piace un sacco sentire raccontare delle storie, ancora di più se queste hanno il potere di disegnare nelle loro menti dei paesaggi di senso in cui vi si riconoscono.

Ovviamente, ognuno ha la propria storia e il proprio personalissimo stile per raccontarla, ma i capisaldi non cambiano.

L’incipit.
Inquadrare fin da subito il problema è sempre un buon inizio. Si tratta di fornire al pubblico una bussola per orientarsi nel vostro ragionamento. La scelta di raccontare “in soggettiva”, specie un argomento complesso, rende il tutto più caldo e amichevole.

Le ancore.
È fondamentale fornire al pubblico gli argomenti chiave. Ciò significa dare una sequenza logica agli elementi principali della storia, evitando di entrare troppo nel dettaglio. Eventualmente, se le persone saranno interessante ad approfondire un argomento in particolare, lo potranno fare durante la sessione delle domande o direttamente sul vostro sito. Una storia accattivante (leggasi non noiosa) deve fluire leggera, toccando più i “cosa” che i “come”.

Falla semplice.
Ogni ambito professionale ha il suo gergo e il suo dizionario di lemmi non comuni. Per evitare di dover spiegare una parola sulla quale il pubblico ha chiesto chiarimenti, facendo così perdere tutto il pathos della vostra storia, è sempre meglio utilizzare termini ed esempi presi dalla vita quotidiana. Ognuno di noi può testimoniare di aver ascoltato premi Nobel che disquisivano di teorie complesse con un eloquio comprensibile a tutti o quasi. Vi posso assicurare che in questi casi non c’entra niente l’improvvisazione, ma solo una grande conoscenza della propria materia. Questo è l’unico modo per evitare di offuscare un ragionamento, un’idea, una storia e raggiungere invece l’obiettivo, quello vero, di comunicare.

The end.
Dedicate gli ultimi due minuti per ricapitolare i punti chiave dell’intervento (mai come in questi casi, ripetere è sinonimo di ricordare), ringraziare i vostri collaboratori (come ho già scritto da altre parti, tutti, nessuno escluso, abbiamo il nostro Wozniak) e lasciare le credenziali per eventuali ulteriori contatti.

Di Sergio Gridelli

Sono nato e vivo a Savignano sul Rubicone (FC), una piccola città della Romagna attraversata dal fiume che segnò i destini di Roma. PERCHÉ LO FACCIO Ho sempre pensato che l’impronta di ciascuno di noi dipenda da un miscuglio di personalità e di tecnica. Se questi due ingredienti sono in equilibrio nasce uno stile di comunicazione unico, subito riconoscibile fra tutti gli altri. Perché in un mondo tutto marrone, una Mucca Viola si vede eccome! COME LO FACCIO Aiuto le persone a trovare le motivazioni che le rendono uniche. Non vendo il pane, vendo il lievito. COSA FACCIO Mi occupo di comunicazione aziendale e della elaborazione di contenuti per il web. Curo i profili social di aziende e professionisti. Tengo corsi sulla comunicazione interpersonale, il public speaking, il marketing digitale e su come realizzare presentazioni multimediali efficaci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.