Scrivere due righe

Scrivere due righe è la richiesta inossidabile del campionario di domande che ogni copywriter si sente quotidianamente rivolgere. Di solito, il seguito è “Dai, che te ci metti due secondi!”. Ovviamente, la ridondanza del numero due è ben lontana dalla scarsità cui vorrebbe alludere (un pugno di frasi), mentre le tempistiche di consegna, di quello che nel frattempo ha assunto le proporzioni del primo capitolo di un romanzo storico, restano incollate all’istantaneità (“Come? Non hai ancora finito?”).

Scrivere non è mai facile, e anche chi lo fa fa quotidianamente attraversa sistematicamente la cosiddetta fase dell’ascensore, vale a dire quel momento di iniziale imbarazzo, tipico di quando si deve decidere l’attacco del pezzo. Una sensazione non dissimile dal trovarsi in un ascensore con degli sconosciuti: si fissa un punto indefinito dell’orizzonte (che dato il contesto non è un granché) e si cerca qualche frase per rompere il ghiaccio. “Fa caldo, eh?” e “Mai sentito un freddo così!” sono diventati dei veri e propri must, a tal punto che in quelle occasioni sembra quasi di poter leggere nel pensiero delle persone.

Il fascino del perché

Senza essere Shakespeare o Proust si capisce perfettamente che le banalità non piacciono a nessuno. Al contrario, il perché inchioda e fa letteralmente avvertire la presenza di chi scrive all’interno della testa di chi legge. È come se il lettore sentisse una vocina da dentro: “Ehi, questo ha una soluzione al mio problema!”.

Si scrive sempre una parte del tutto. Scoprire il resto è compito del lettore. Condividi il Tweet

Il problema è il traffico

La metafora ha lo scopo di far comprendere argomenti complessi mediante esempi tratti dalla vita quotidiana. Spiegare la SEO con grafici e tabelle è di gran lunga meno efficace del far vedere il caos organizzato di un incrocio di Saigon.

Il navigatore

Indipendentemente dell’eleganza lessicale, fin dal titolo è importante far capire (e incuriosire) dove porterete il lettore. Mettete in mano al lettore la mappa con il percorso tracciato e chiedete a voi stessi se fareste quel viaggio.

Da quale pulpito

Il punto di vista è importante, anche se più dell’originalità mi piace pensare alla personalizzazione dell’argomento. Ci sono una miriade di consigli sulla scrittura creativa (per questo esistono già le guide e i manuali), ma raccontare anche quando si scrive (di giorno, di notte, sul treno) e in quale maniera lo si fa (ascoltando la musica, chiusi in bagno, sotto la pioggia) diventano formidabili elementi di collegamento con le esperienze del lettore.

Si diceva dell’originalità

Nemmeno il più grande scrittore di tutti i tempi (ammesso che esista o sia mai esistito) fa tutto da solo. Come ben sottolinea Ana Hoffman “tutti abbiamo bisogno dei nostri Wozniak”.

L'originalità è il plagio di un genio. (Nicolás Gómez Dávila) Condividi il Tweet

Perché chiedere è la metà dell’avere

Ogni volta che un lettore vede un punto interrogativo vuole sapere la risposta. Ciò vale anche se la soluzione al quesito è a lui nota. Infatti, non vi sentite intimamente sapienti quando conoscete già il responso? E questo sottile appagamento delle vostre nozioni non vi spinge a continuare la lettura?

Più che una lotta, qualche graffio in qua e in là

Altolà ai paragrafi ingombranti e interminabili. Il tempo è prezioso per tutti e il consumo di contenuti (vertiginosamente aumentato con i nuovi media) avviene quasi esclusivamente per via simultanea. Non si leggono più le frasi sequenzialmente, gli occhi cercano appigli (graffi superficiali e rapidi) da assemblare cognitivamente e poi, subito dopo, il cervello decide se vale la pena approfondire la lettura.

Due righe, ma tri is megl che du

Le mitiche due righe non possono prescindere dalla regola del tre. Triplicare sempre gli aggettivi, anche quando sembra impossibile. Il numero tre è ritmico, seducente, indimenticabile.

E adesso, siete pronti a prendere l’ascensore e non sembrare banalmente prevedibili?

2 risposte a “Scrivere due righe”

  1. In ascensore o per le vie di una città turistica hai incrociato il tuo sguardo con quel volto mai conosciuto ma che porta in se una storia, un mondo di emozioni. Hai mai pensato che nella tua vita non lo incontrerai mai più; hai mai pensato che ognuno di quegli incontri nasconde la disperazione di un addio; hai mai pensato che ogni volta è la perdita della occasione di un grande arricchimento interiore? Ma non è proprio così: i volti che incroci guardalinee intensamente…anche se sarà solo un istante ti lasceranno addosso molto delle loro storie. (Non saranno due righe ma ti ho scritto veramente in pochissimi minuti)

    1. Dalla scuola di Palo Alto in qua (Paul Watzlawick in testa) è stato appurato che “non si può non comunicare”. Pertanto, anche il solo contatto visivo è un atto info-comunicativo. Ciò perché non può esistere una non-comunicazione (indipendentemente dall’uso o no del linguaggio) dal momento che non può esistere un non-comportamento (in questo caso, indipendentemente dall’intenzionalità).
      Questo per quanto riguarda le relazioni face-to-face. La situazione dell’ascensore, che ho riportato nel post, aveva unicamente lo scopo di creare un paesaggio di senso piuttosto omogeneo con lo stato d’animo che si prova davanti al foglio bianco, quando cioè si deve decidere da quale parte incominciare.
      Usciti dall’ambito della scrittura, convengo che l’ascensore e tutte le situazioni dove gli sguardi si incrociano anche per pochi secondi, rappresentino un ottimo terreno dal quale ricavare molte indicazioni sugli effetti interpersonali della comunicazione non-verbale (sui ricordi, sulle azioni, sui comportamenti).

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