Ritrovare il senso dell’insegnare

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Tutti quelli che insegnano, prima o poi, si interrogano sul senso di quello che fanno. O, meglio, su quale sia la cifra della loro attività in un tempo dove, molto più che in passato, si sono moltiplicate esponenzialmente le agenzie educative. Una su tutte, la rete.

Su questo piano, il senso vero dell’interrogativo dovrebbe riguardare soprattutto il bagaglio strumentale che ancora oggi si utilizza in classe. Non penso solo, e non tanto, alle tecnologie, ma proprio alle modalità di somministrazione del sapere.

Faccio queste considerazioni nel momento in cui il velocissimo smartphone mi sbatte in faccia la lentezza dei miei argomenti. Da un lato io, con la sequenzialità delle parole, dall’altra lui, con la simultaneità dei bit. Uno a zero e palla al centro.

Quando in aula, al di là dei “divieti” facilmente aggirabili, diventa più interessante la giostra dei click rispetto a un essere umano che cerca di trasmettere ciò che lui stesso ha imparato, “il gioco si fa peso e tetro”, direbbe il maestro.

Da quale parte andiamo?

Siamo di fronte a un bivio, peraltro non da oggi. Ammettere di essere arrivati al capolinea, di conseguenza arrendersi di fronte all’evidenza, e trascinarsi stancamente fino allo stipendio di fine mese oppure accettare la sfida e, convintamente, mettere in discussione tutte le “certezze” che hanno accompagnato la trasmissione del nozionismo fino a oggi.

Fra la “dittatura del registro di classe” (compresa quella dei test di valutazione) e il sempiterno refrain del “chi non sa, insegna”, c’è uno spazio ancora poco esplorato. Penso all’obiettivo di far trovare a ogni studente la sua voce nel mondo.

Lungi da me filosofeggiare sulla didattica, più in concreto parto dal presupposto che tutti insegniamo. I genitori nei confronti dei loro figli fino ai video di YouTube, dove dei perfetti sconosciuti si prodigano in tutorial su come curare le piante grasse o allevare bachi da seta in casa.

Perché lo fanno? Ci guadagnano qualcosa? Sono tutti dei maniaci dell’esibizionismo? A parte i “professionisti” (comunque marginali), c’è qualcosa di molto umano e atavico nel trasferire agli altri le proprie conoscenze. In un certo senso, è stata proprio la trasmissione delle informazioni da una generazione all’altra a farci progredire e, senza paura di smentita, a permettere la sopravvivenza della nostra specie.

Ecco allora riproporsi sotto altra forma la domanda iniziale: cosa in realtà insegniamo?

Verrebbe spontaneo rispondere “matematica”, “biologia”, “letteratura” e via di questo passo, elencando tutte le materie curriculari. Ma siamo sicuri che si tratti (solo) di questo?

Passiamo tutta la nostra esistenza sull’orlo di un abisso, quello delle infinite cose che non conosciamo. Più ci avventuriamo e più ci rendiamo conto di come non possa esistere un appoggio definitivo sul quale appoggiare saldamente i nostri piedi.

È in quel momento che si fa strada il paradosso socratico. La consapevolezza della nostra ignoranza come misura del desiderio di conoscere, pur sapendo che nessun insegnamento potrà mai essere definitivo.

La materia cui siamo preposti all’insegnamento non rappresenta il nostro compito primario. In realtà, spiegare un’equazione di secondo grado o una poesia di Leopardi va oltre ai meri rudimenti previsti dai programmi scolastici.

C’è dentro la bellezza del genio umano, c’è il suono profondo dell’ascoltarsi, c’è il rispetto per chi, in epoche molto spesso remote, ci ha permesso di esistere. In quel momento, ci accorgiamo di avere un cuore che pulsa in sincrono con una storia che ci appartiene.

In definitiva, esiste solo una grande e sconfinata materia, quella di insegnare agli esseri umani a vivere come degli esseri umani.

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Sommario
Ritrovare il senso dell’insegnare
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Ritrovare il senso dell’insegnare
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Insegnare non è mai stato facile e oggi è ancora più complicato. Interrogarsi sul suo senso ci permette di capire quale strada prendere.
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Sergio Gridelli Blog
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Di Sergio Gridelli

Sono nato e vivo a Savignano sul Rubicone (FC), una piccola città della Romagna attraversata dal fiume che segnò i destini di Roma. PERCHÉ LO FACCIO Ho sempre pensato che l’impronta di ciascuno di noi dipenda da un miscuglio di personalità e di tecnica. Se questi due ingredienti sono in equilibrio nasce uno stile di comunicazione unico, subito riconoscibile fra tutti gli altri. Perché in un mondo tutto marrone, una Mucca Viola si vede eccome! COME LO FACCIO Aiuto le persone a trovare le motivazioni che le rendono uniche. Non vendo il pane, vendo il lievito. COSA FACCIO Mi occupo di comunicazione aziendale e della elaborazione di contenuti per il web. Curo i profili social di aziende e professionisti. Tengo corsi sulla comunicazione interpersonale, il public speaking, il marketing digitale e su come realizzare presentazioni multimediali efficaci.

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