Samuel Pierpont Langley: perché non se lo ricorda nessuno?

Samuel Pierpont Langley è stato un precursore dell’aviazione. Ma perché tutti conoscono le vicende dei fratelli Wright e nessuno (o quasi) ricorda questo personaggio?
La storia delle macchine volanti è nota e non è mia intenzione ripercorrere l’epopea aeronautica dei primi del Novecento. Tuttavia, resta da capire come mai il signor Langley, che aveva tutti gli elementi per battere i fratelli dell’Ohio sul tempo (soldi, istruzione, relazioni), non riusci a concretizzare la sua impresa. Per farla corta, gli è mancato il vero “perché” voleva raggiungere quel risultato.

Samuel Pierpont Langley e i fratelli Wright

Mentre Orville e Wilbur Wright inseguivano il sogno di cambiare il mondo, Langley voleva (solo) diventare ricco, famoso, importante. Ecco perché quando fai volare un pezzo di cuore, incontri la passione più disinteressata e non solo uno stipendio a fine mese.

Il vero successo è credere in ciò che si fa, non solo nel vantaggio che ne potrebbe derivare. Questa è la ragione per cui alle persone importa poco o nulla di quello che fai, ma si innamorano perdutamente del motivo per cui lo fai.

Ci sono tre grandi cose al mondo: gli oceani, le montagne e una persona motivata. (Winston Churchill) Condividi il Tweet

Questa è la partita in gioco tutte le volte che abbiamo a che fare con le persone. Che si tratti di una idea che inseguiamo da una vita, di una presentazione da fare in pubblico, di un prodotto da collocare sul mercato, il presupposto non cambia: la domanda fondamentale che dobbiamo fare a noi stessi è “perché lo facciamo?”.

Cosa facciamo e come lo facciamo lo sappiamo. Io, ad esempio, so che faccio formazione e studio le tecniche per cercare di farla nel modo migliore, ma se non avessi ben chiaro il “perché” di tutto questo, i risultati sarebbero sicuramente alquanto scarsi.

La credibilità

Sarebbe facile (e superficiale) rispondere che lo faccio perché devo mangiare, vestirmi, pagare le bollette. Questo, grande o piccolo che sia, è un risultato conseguente. Invece, il vero “perché” (il vero risultato), quello che fa davvero la differenza, ha a che fare con il fatto che ci credo. La credibilità, ecco cosa voglio trasmettere quando racconto le mie storie.

Si tratta di una dimensione che va ben oltre la conoscenza delle cose. È un messaggio che ha dentro il perché mi alzo tutte le mattine, il perché c’è un senso nel fatto che sono qui, il perché tutto questo dovrebbe interessare a qualcuno.

Non so bene come chiamarla, ma ciò che ispira le persone è sempre una traiettoria che va da dentro verso fuori: perché lo faccio, come lo faccio, cosa faccio. Esattamente in questo preciso ordine.

Quel sentire che non si può raccontare

In una qualche relazione, a tutti sarà capitato di dire “a pelle, sento che c’è qualcosa che non mi convince”. Quel “sento” ci avvisa della mancanza del “perché”. Per come si è evoluto il cervello della specie umana, il “cosa” abita nella neocorteccia razionale e analitica, il “come” viene generato dal cosiddetto sistema limbico dove si formano i sentimenti, mentre il “perché” risiede nel cervello primitivo che utilizza la metrica dell’istinto.

Per farla semplice, le aree del cervello che controllano il comportamento (mi piace, non mi piace) sono sprovviste di linguaggio (infatti, “sentiamo” qualcosa che non riusciamo a coniugare con le parole), ma è a questo livello che si prendono le decisioni. Per tale ragione, comunicando dall’esterno verso l’interno (neocorteccia, sistema limbico, cervelletto) si possono spiegare cose anche molto complicate, ma in questo modo difficilmente si riuscirà a determinare il comportamento delle persone.

Cosa vogliono le persone

Le persone non hanno bisogno di quello che noi diciamo a loro, le persone hanno bisogno di credere in ciò che noi stessi crediamo. Ancora una volta, veniamo apprezzati non per quello che facciamo, ma per il motivo per cui lo facciamo.

I fratelli Wright avevano un sogno, non solo un piano industriale. Hanno saputo ispirare le persone perché raccontavano ciò in cui loro stessi credevano. Non avevano solo un progetto, avevano soprattutto un “perché” che li faceva volare.

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