Il foglio bianco, un fantasma spaventoso

Prima c’era il buio con tutto il suo corollario di mostri, demoni e spiriti. Poi, è arrivata la scuola e la paura ha cambiato repentinamente colore. Davanti a quel foglio bianco che invocava una qualche narrazione, tutti, chi più chi meno, ci siamo trovati (almeno una volta) smarriti e spaventati.

Le cose non sono migliorate con l’arrivo dell’ondata dei bit. Invece di mordere nervosamente il cappuccio della Bic, adesso rimaniamo attoniti davanti al cursore lampeggiante. Un paesaggio di senso che fa la spola fra la fissità dello sguardo della mucca che vede passare il treno e la crescente tensione di non trovare uno straccio di ispirazione.

Il punto di partenza è il medesimo per tutti, sia per lo scrittore che per lo scultore. All’inizio c’è sempre una forma cui dare un significato. Qualcuno la trasformerà in una statua, altri in un paracarro e, purtroppo, parecchi rimarranno con la pietra intatta. Pesantissima, anche se fatta da impalpabile pulviscolo digitale.

Come in tutte le cose, anche per la scrittura l’allenamento rappresenta la strada maestra. Banalmente, i muscoli stanno alla palestra come il buon scrivere sta ai libri. Tuttavia, arriva sempre il giorno in cui siamo “scarichi” e non riusciamo a fare altro che accarezzare il mouse, nel più totale vuoto pneumatico dei pensieri.

Quando mi succede, il metodo migliore che ho trovato è stato il ritorno agli atomi. Spengo il computer e comincio a scarabocchiare su un pezzo di carta. Dalla matita non escono necessariamente costruzioni lessicali (almeno nelle fasi iniziali), molto spesso si tratta solo di segni, simboli e forme alquanto bizzarre e disordinate. Ad ogni buon conto, la semplice azione di imprimere una forza che si traduce in traiettorie visibili, ha l’effetto di accendere la “caldaia dei neuroni”. Preso l’abbrivio, ho come la sensazione che la mente si rilassi, lasciando il passo al fluire delle idee.
A questo punto, come Ulisse, capisco che è il momento di ritornare a “casa”. Il computer è l’Itaca dove ritrovo il calore familiare dei miei strumenti, delle mie fonti, delle mie contaminazioni stilistiche.

A margine di tutto questo, l’abitudine di “ritrovare” la carta consentirebbe, ogni tanto, di abbandonare la (fastidiosa) moda di prendere appunti con il tablet durante le riunioni. Un foglio di carta, per quanto maldestramente strappato, consente di concentrarsi maggiormente sulle persone e su ciò che dicono, a differenza delle distrazioni indotte dall’avvolgimento tecnologico.

Ovviamente, lungi da me l’idea di mettermi a fare il luddista nei confronti degli editor elettronici e delle pressoché infinite opportunità che offre la rete a chi scrive per diletto o per professione. A riprova di ciò, io stesso tengo nella mia cassetta degli attrezzi due applicazioni che reputo molto utili e funzionali.

La prima è WorkFlowy, una sorta di “gestore di appunti” che consente di annotare velocemente spunti, pensieri e frasi secondo una gerarchia facile e intuitiva.

La seconda è Skitch. Mi serve quando sono in giro e mi dà l’opportunità di fissare idee al volo: una foto sulla quale posso scrivere, uno screenshot cui aggiungo frecce, sottolineature e commenti, una mappa dove indico un percorso che mi può servire per un racconto.

Comunque, gira e rigira, se non c’è la concentrazione le frasi non si inanellano.
All’inizio mi sembrava una delle solite trovate alla “memorizza un libro in dieci minuti” o “leggi alla velocità della luce”, poi, vinta la diffidenza, la Tecnica del Pomodoro è diventata la costante organizzativa delle mie scorribande nel mondo della scrittura.

Una volta esaurito il “bagno analogico” a base di carta e matita, il ritorno al computer è sempre costellato di svariate tab del browser aperte, di notifiche saltellanti, di richieste di aggiornamento da parte del sistema. Va detto, il multitasking non è esattamente il migliore amico della concentrazione.

Ecco allora che entra in scena il pomodoro. Il riferimento non è all’ortaggio, ma a uno dei tanti timer da cucina dalle forme più disparate.

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In sostanza, la Pomodoro Technique è semplicemente una regola che consente di evitare distrazioni e inutili perdite di tempo. Un Pomodoro dura 25 minuti più 5 minuti di pausa, ogni quattro Pomodoro si fa una pausa più lunga (dai 15 ai 30 minuti).

Vi assicuro che il metodo funziona. Mantenere la concentrazione per quasi mezzora è sicuramente alla portata di tutti, oltre al fatto che la misurazione dei risultati spinge a migliorarsi continuamente.

Finora, per onore della verità, ho applicato la tecnica solo a casa, nel chiuso del mio studio. In ufficio, dove le interruzioni e le interazioni con altre persone aumentano in maniera esponenziale, la sua attuazione concreta diventa più problematica. Comunque, nulla vieta che una sua introduzione possa rivelarsi foriera di cambiamenti positivi nella gestione delle attività lavorative di un team. Inizialmente, lo voglio ricordare, anche i famosi “sei cappelli” di Edward De Bono venivano snobbati e relegati a un approccio, per così dire, folkloristico. Ora, non c’è brainstorming che in una qualche maniera non se ne avvalga.

In conclusione, due presupposti della Tecnica del Pomodoro mi sembrano ineludibili:
– non barare sui tempi e sulle pause;
– non scoraggiarsi dopo i primi tentativi, perché come afferma l’ideatore di questa tecnica, Francesco Cirillo, “i risultati si ottengono Pomodoro dopo Pomodoro e il prossimo Pomodoro andrà meglio”.

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