Il curriculum vitae europeo è come “La corazzata Potëmkin” di Fantozzi

Quando viene il momento di delineare il proprio profilo professionale, come si descrivono gli italiani? Ce lo dice Linkedin che per il quinto anno consecutivo ha pubblicato le buzzwords più ricorrenti nei curricula dei nostri connazionali.

A parte alcune lievi variazioni, dal 2011 a oggi in Italia l’autovalutazione continua a fare perno sostanzialmente su termini come “esperto”, “responsabile” e, in misura minore, “creativo” e “appassionato”. Tuttavia, quello che soprattutto balza agli occhi è la differenza di dinamismo rispetto ai professionisti del resto del mondo. Per esempio, in Australia e negli Stati Uniti si punta prevalentemente sulla “motivazione”, da leggere soprattutto come una spiccata predisposizione al cambiamento, all’evoluzione e al “farsi trovare pronti” in un mercato del lavoro in continuo movimento.

Tenuto conto che il curriculum vitae della mia generazione era figlio del traguardo del “pezzo di carta”, per cui i profili professionali ricercati erano coincidenti con quelli del corso di studi (ragioniere, geometra, ingegnere, etc.) e se sapevi anche l’inglese era tanto di guadagnato, oggi invece è sempre più importante far capire chi siamo, che tipo di mentalità abbiamo rispetto alle novità, perché ci candidiamo per quella specifica posizione.

Ora, siamo sicuri che questi aspetti possano emergere, o venire opportunamente descritti, con il format del curriculum vitae in formato europeo (Europass) che, a dispetto del nome, nel vecchio continente (Italia esclusa) non viene praticamente utilizzato e nei paesi del nord Europa è addirittura sconsigliato? E ancora, continuando su questa lunghezza d’onda, siamo sicuri che da un layout preimpostato si possano cogliere aspetti originali come l’inventiva e l’intuizione?

La mia risposta è no. Il formato Europass va bene (si fa per dire) per selezionatori annoiati e perversi, contaminati dalla burocrazia, e probabilmente anche per candidati che hanno poche cose da dire (chi non ha una storia professionale riesce comunque a produrre un curriculum vitae di almeno tre pagine). Così, alla fine la selezione sarà basata sulla quantità (il numero di campi riempiti) e non sulla qualità (tutte le sfumature che fanno capire chi è il candidato più indicato a ricoprire un determinato ruolo).

Forse non c’è una relazione diretta fra la “staticità” dei profili italiani su Linkedin e la “pappa pronta” servita dal formato Europass, ma qualche sospetto viene.

Oggi i mercati (compreso quello del lavoro) sono conversazioni che avvengono in spazi molto poco omologabili. Il rigido binario del curriculum vitae europeo va invece nella direzione opposta del ben più efficace personal branding e di tutte quelle rappresentazioni singolari tese a valorizzare le capacità, le differenze, le eccellenze.

Ovviamente, non è sufficiente schivare l’Europass per farsi notare. Potrebbe però essere un ottimo punto di partenza.

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