Lo stiamo perdendo!

Siete comodamente seduti nella sala conferenze dell’hotel, davanti a voi il presentatore con la sua bella (nel vero senso del termine) carrellata di slide, ma c’è qualcosa che non va: stesso volume della voce, tono piatto e assenza totale di ritmo.

Dopo i primi cinque minuti buona parte del pubblico sta già pensando a cosa farà nel fine settimana o a qualche progetto per le vacanze. A questo punto, il presentatore ha già perso il “suo” pubblico. Quest’ultimo è ormai impegnato altrove.

Il problema è la prevedibilità. Quando lo schema espositivo si bassa sempre sulla ripetizione delle stesse sequenze (A causa B, quindi succede C), la mente smette di prestare attenzione perché ha capito che è in grado di anticipare ciò il presentatore starà per dire. Una volta che la spirale dall’isolamento ha preso il sopravvento, anche le cose più interessanti dell’intervento scivoleranno via senza lasciare alcuna traccia. E se il presentatore dovesse fare qualcosa di diverso è ormai troppo tardi per riconquistare il pubblico.

Per non parlare al nulla (anche se la sala è gremita di persone) è indispensabile che il presentatore, fin dal primo minuto, proceda per fasi differenti secondo articolazioni in cui l’effetto sorpresa (la battuta o la soluzione inattesa) prenda fin da subito tutta la scena. È in queste situazioni che le persone del pubblico si concentrano per prestare il massimo dell’attenzione sull’argomento. Detto in altro modo, si sentono coinvolte dentro un processo di interazione reciproca con il presentatore.

Un buon presentatore non inizia mai leggendo un monotono ordine del giorno, ma introduce le idee chiave del suo intervento con un misto di gioco, curiosità e (perché no) mistero. Tutti “stimoli” che inducono le menti dei presenti a domandarsi “Ma dove vorrà andare a parare?”.

All’inizio di tutto c’è sempre un “perché”. Perché stiamo facendo quella presentazione? Perché abbiamo utilizzato le slide in luogo di una esposizione senza ausili multimediali? Perché il pubblico dovrebbe avere interesse per quello che diremo?

Il contesto. Il nocciolo del perché è racchiuso qui dentro. Quando non conosciamo la tipologia di pubblico che ci troveremo di fronte è facilissimo mancare il bersaglio. Anche se sull’argomento abbiamo una conoscenza (la mira) approfondita. In una serata di beneficenza, tesa alla raccolta fondi per la ricerca sulle malattie metaboliche, non ha proprio senso che il “luminare di turno” spiattelli centocinquanta slide di grafici ed esperimenti. La maggior parte del pubblico, ancorché interessata alla causa, magari è lì soprattutto per il concerto della rockstar testimonial dell’evento.
In questi casi, non necessariamente con il supporto delle slide, il ricercatore potrebbe semplicemente cominciare con una domanda che conduca il pubblico a interrogarsi sul proprio stile di vita. L’ormai famoso perché.

La soluzione. Indipendentemente dall’argomento, il pubblico ha solo uno scopo: conoscere la soluzione di un problema (se non c’è un problema, perché si dovrebbero fare le presentazioni?). Ovviamente, non tutto può essere acclarato con due esempi (“Siamo soli nell’universo?”), ma stimolare il dubbio con interpretazioni brillanti e, per quanto possibile, sorprendenti mantiene costante il magnetismo con l’audience.

L’ispirazione. Lasciare delle proprie idee una traccia, il più possibile persistente, è invece lo scopo che dovrebbe animare qualsiasi presentatore. Più precisamente, il presentatore può dire di avere centrato l’obiettivo quando la sua esposizione ha ispirato un’azione del pubblico, o di gran parte di questo.
Ciò succede quando le persone, dopo aver assistito a una presentazione, prendono una decisione, applicano una tecnica, cambiano un loro comportamento.

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