Le emozioni al lavoro

Siamo entrati nella quarta rivoluzione industriale, ma molti segnali mi dicono che il nostro concetto di lavoro sia in larga parte rimasto fermo alla prima.

L’intreccio sempre più fitto fra il mondo biologico e quello digitale (intelligenza artificiale, robotica, IoT, computer quantistici, etc.) ha spostato l’asse della competizione con le macchine su un terreno che, se era già perdente ai tempi di Ned Ludd, oggi è diventato chiaramente irreversibile.

Se a tutto questo si sommano le velocità sempre più istantanee delle trasformazioni tecnologiche, è facile comprendere come il “posto fisso” (Checco Zalone docet) o, per altro verso, l’occupazione “statica”, stia rapidamente diventando un folkloristico ricordo dei (bei?) tempi andati. Detto in altri termini, se il tuo lavoro non comprende una componente emotiva, prima o poi (più prima che poi) una macchina ti sostituirà.

E se le informazioni che cerchi fossero già dentro le tue emozioni?

Nei partecipanti ai corsi di formazione, vuoi per effetto di un sistema scolastico che insegna prevalentemente a rispondere e non a capire, o per indole personale, rilevo spesso la mancanza di una sorta di “alfabetizzazione emotiva”. In sostanza, non c’è l’abitudine ad ascoltarsi che, alla fine dei conti, è anche l’unica chiave per capire gli stati d’animo degli altri.

Sembra banale, ma se tutte le volte che ci arrabbiamo ci “mettessimo in pausa” per qualche minuto e domandassimo a noi stessi perché stiamo vivendo quel disagio, ecco che otterremmo subito una miriade di informazioni. Ogni stato emotivo (rabbia, frustrazione, felicità) è un dato che ci parla di una trasformazione e di come i nostri pensieri stanno reagendo.

Sai riconoscere uno schema?

Ci sono situazioni che affrontiamo secondo schemi o modelli predefiniti. “Abbiamo sempre fatto così” (che è anche la frase più pericolosa che può pronunciare un’azienda) è uno schema, spesso negativo, che non elaboriamo più secondo criteri logico-razionali, ma passiamo direttamente alla sua applicazione automatica.

Questa inconsapevolezza si traduce in un bias cognitivo che rende del tutto invisibile il processo critico “succede questo, quindi faccio questo” che, invece, potrebbe avviare l’arresto di routine controproducenti.

Pensi mai alle conseguenze delle tue parole?

Siamo più disposti a valutare gli effetti di una nostra azione pratica (ma non sempre) rispetto alla riflessione preventiva sulle parole che stiamo per pronunciare. Se ti dico di pensare vividamente allo stridìo del coltello sul piatto, è probabile che proverrai un senso di fastidio. Eppure sono solo parole, non ci sono né il coltello, né il piatto.

Ecco, le parole producono sempre degli effetti, in larga misura di natura emotiva. Anche se verba volant, i rimpianti per ciò che “era meglio non dire” hanno quasi sempre una consistenza tendente all’indelebile.

Il tuo bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Ogni evento si può vedere da due prospettive. A volte, è sufficiente cambiare nome al problema e immaginarlo come una sfida, un’opportunità, un progetto. E tutto cambia.

Non esiste uno stato perfetto della vita. I dispiaceri, le delusioni, i fallimenti fanno parte della nostra esistenza. Certo, non li desideriamo, ma nemmeno possiamo eliminarli.

Tuttavia, gli episodi negativi (che attraversiamo tutti) non sono eterni. Ma, attenzione, non lo sono nemmeno quelli positivi. Nasce da qui la consapevolezza che tutto è in mutazione e per questo non possiamo stare fermi. È un po’ come camminare, ci muoviamo perché per un attimo perdiamo l’equilibrio.

La storia è piena di “non volerà”, “non reggerà”, “non potrà mai succedere”, poi qualcuno ha dimostrato il contrario. Sii quel qualcuno. E, soprattutto, pensa che qualsiasi cosa valga la pena di fare, vale la pena farla bene.

Hai mai fatto un pezzo di strada nelle scarpe degli altri?

Tutti parliamo di empatia, per poi salvare una sola prospettiva. La nostra.

E pensare che in ogni situazione c’è molto di più di ciò che vediamo dal nostro altarino. Il fatto che noi abbiamo ragione non significa automaticamente che gli altri abbiano torto, semplicemente stanno osservando la questione da un altro punto di vista.

Anche in situazioni come questa, in cui “oggettivamente” siamo nel giusto, ampliare la nostra visione con quella degli altri ci permette di aumentare le opzioni su cui ragionare. È sempre possibile che il giusto possa diventare ancora più giusto.

Hai uno scopo?

Da bambini, tutti sapevamo cosa volevamo fare da grandi. Alcuni sono riusciti a coronare quel sogno immaginario, la maggioranza di noi, invece, ha messo da parte l’ambizione di fare l’astronauta.

Non importa, ciò che conta è avere una destinazione che, piccola o grande che sia, ci farà vedere in ogni istante “l’altro noi” che vorremmo essere.

Sembrerà un traguardo irraggiungibile, e lo è, ma proprio per questo non smetteremo mai di inseguirlo. Fino all’ultimo respiro.

Sommario
Le emozioni al lavoro
Titolo
Le emozioni al lavoro
Descrizione
Il lavoro disumanizzante è quello che potrebbero fare benissimo le macchine. In questa sfida, le persone perdono se non mettono in campo le loro emozioni.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
Logo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *