Quando il silenzio è social

Per la mia insignificante quota, anch’io partecipo al “rutilante circo” dei social network.

Nonostante la funzione nativa di queste piattaforme di comunicazione sia quella di socializzare (lo dice il nome stesso), succede sempre più spesso di ritrovarsi invischiati in discussioni (voglio esagerare) che hanno il solo scopo di misurare chi ha l’ego più lungo.

Di solito i vincitori sono i professionisti del “non sei informato”, “il problema è un altro”, “io ragiono con la mia testa”. Vale a dire tutti coloro che non vanno a dormire se prima non hanno messo il loro suggello in coda alla sovente lunga teoria dei commenti. La mia saggia nonna li apostrofava come quelli che dovevano sempre avere “una pagina più del libro”.

Prima ancora di renderci conto di essere finiti dentro un ginepraio di stati mentali in conflitto con la loro stessa realtà esistenziale, ecco che di colpo la trama svanisce e tutto si riduce al lancio di parole a caso, del tutto sconnesse dal tema originario.

Il passaggio di stato dal dibattito sulle idee a quello esclusivo sulle persone è stato già spiegato (e documentato) ampiamente dall’avvocato e autore statunitense Mike Godwin. Di norma, tutto il processo viene anche accelerato dalla distorsione cognitiva derivata dall’effetto Dunning-Kruger.

Ora, in tutto questo parlare molto e soprattutto addosso, si è fatta strada in me una modalità di valutazione che non avevo mai preso in considerazione. Mi sono messo a osservare le persone che stanno in silenzio, ovvero quelle che non partecipano alla discussione pur avendo delle cose da dire.

Per meglio dire, mi sono immaginato il loro guardare le bestie rumorose, senza correre il rischio di diventare loro stessi delle bestie.

Quel loro silenzio mi fa quasi sentire quello che avrebbero detto. E, allo stesso tempo, convincermi che non l’hanno esplicitato proprio perché sono pienamente consapevoli dell’impossibilità di duellare a colpi di fioretto contro chi imbraccia un fucile mitragliatore (ovviamente, di contrabbando).

In tutto questo, accetto di correre il rischio che il silenzio possa essere confuso con il consenso. Ma il famoso adagio per cui “chi tace, acconsente” è solo una faccia della medaglia che sull’altro lato porta l’effige della fallacia del quietismo. Del resto, ognuno di noi non si pronuncia su un’infinità di argomenti, ma non per questo è d’accordo.

Si tratta di un’inferenza che, più frequentemente di quanto si possa credere, va a braccetto con l’appello all’ignoranza. Cioè, un’idea viene estenuamene difesa per il semplice fatto che non c’è una prova contraria, operando di fatto un’inversione di senso logico. Vale a dire che non è la conoscenza a sostenere la tesi in questione, ma la sua mancanza.

In un contesto dove molti parlano e nessuno (o quasi) ascolta, il silenzio finisce allora per diventare l’unico valore. Sapere quando tacere è uno dei tratti distintivi delle persone intelligenti, e non da oggi.

Potrà sembrare paradossale, ma osservare le persone che non parlano è il modo più efficace per ascoltare anche quello che non viene detto. E sentire addirittura cose che gli altri non sentono.

Peraltro, quando parliamo diciamo unicamente cose che sappiamo già (giuste o sbagliate che siano), mentre solo l’ascolto ci dà la possibilità di imparare qualcosa di nuovo.

È l’ego che ci fa parlare sempre più del dovuto. Se cominciassimo a ridimensionare la ruota del pavone, non tarderemmo a renderci conto che là, fuori dai commenti, c’è un popolo di creature silenziose che ha già incenerito le nostre già misere riserve di reputazione.

Foto di Anna Shvets

Sommario
Quando il silenzio è social
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Quando il silenzio è social
Descrizione
È sempre necessario dire l'ultima parola? Il silenzio è la soluzione finale alle discussioni inconcludenti e fondamentalmente inutili.
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Sergio Gridelli Blog
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