Formazione aziendale e apprendimento, fanno sempre rima?

Lo sappiamo fin dai tempi delle scuole elementari: imparare cose nuove ci costa fatica. Poi, col tempo, abbiamo anche capito che c’è una bella differenza fra leggere un libro e studiarlo.

È chiaro che siamo dotati di una mente con una larghezza di banda estremamente limitata. E le nuove informazioni mettono pressione ai confini di ciò che conosciamo (o pensiamo di conoscere) fino a quel momento.

Invece, le cose diventano relativamente più semplici quando disponiamo di elementi concettuali già elaborati in precedenza.

Per fare un esempio, studiare la lingua latina è più agevole se abbiamo delle solide basi di grammatica italiana. Allo stesso modo, una frazione aritmetica ci appare meno “spaventosa” se abbiamo a mente le procedure fondamentali della divisione. E così di seguito per tutte le novità che, attraverso traiettorie non sempre lineari, vanno a innestarsi su competenze di cui già disponiamo.

In caso contrario, specie se le informazioni sono numerose e proposte simultaneamente, la memoria non riuscirà a trattenere quasi nulla.

Allora, in un sistema dove la velocità delle trasformazioni tende ormai all’istantaneità, dobbiamo chiederci qual è l’efficacia, in termini di apprendimento, dei modelli formativi che vengono somministrati nelle aziende. Ovvero, se sono in grado di generare, in concreto, nuove competenze.

L’apprendimento? Una questione di credibilità, interesse, utilità

Qualsiasi nuovo apprendimento sollecita (e consuma) la memoria in almeno due direzioni combinate:

  • l’attenzione necessaria per acquisire il nuovo sapere
  • la distrazione che va a sottrarre spazio utile all’immagazzinamento delle nuove informazioni

In questo ultimo caso, oltre al rumore intrinseco di qualsiasi contesto formativo (online e offline), va considerato anche tutto il lavoro mentale attivato in sequenza dai tre cervelli (rettile, limbico, neocorteccia).

In sintesi, il cervello più antico (rettile) si chiederà se è credibile ciò che viene detto e, ancora di più, se lo è l’insegnante (mi posso fidare?), mentre quello emotivo (limbico) farà una valutazione sul peso specifico delle informazioni che sta ricevendo (mi può interessare?). Solo alla fine, il cervello moderno (neocorteccia) darà un giudizio di ragionevolezza (mi può essere utile?).

Così come ci ricorda anche Aristotele, il primo vero scienziato della comunicazione, il messaggio che convince attraversa una sorta di tre stanze (come nei livelli progressivi di un videogame) rappresentate dall’ethos, dal pathos e dal logos. Guarda caso, molto affini alla teoria del cervello trino introdotta secoli dopo dal neuroscienziato MacLean.

In tempi ancora più recenti, un’ulteriore conferma di questo schema è venuta dal cerchio d’oro di Sinek, secondo la prospettiva che fa iniziare tutto dal “perché”, per poi proseguire con il “come” e il cosa”. Ancora una volta, un ordine sequenziale predefinito.

In pratica, perché l’apprendimento possa avere qualche chances di ritenzione, il vero test d’ingresso lo deve fare il docente. Cioè deve essere in grado di superare, nell’ordine esatto, i tre stadi cerebrali dei suoi studenti.

In pratica, il cervello rettile (il primo livello da superare) è molto stimolato dalle metafore. Tuttavia, gli piacciono solo quelle “primitive”, proprio perché la sua struttura corrisponde a quella che avevano i nostri antenati. Pertanto, è molto competente nel campo delle espressioni figurate che hanno a che fare con il corpo umano (“Siete il mio braccio destro”) e con tutto ciò che concerne lo spazio naturale (“Abbiamo davanti un lungo sentiero”).

Per superare questo primo livello, è inutile, e per molti versi controproducente, utilizzare espressioni moderne come, ad esempio, “Imparerete alla velocità di un aereo supersonico”.

Il cervello limbico (il secondo livello da superare) ha una naturale predisposizione per farsi ammaliare dalle storie. È qui il centro delle emozioni, e queste vengono attivate da un eroe (la soluzione) che, per vincere, deve sconfiggere un nemico (il problema).

La neocorteccia (il terzo e ultimo livello da superare) basa tutte le sue valutazioni sulla logica. È a questo punto che occorre prestare molta attenzione alle sequenze linguistiche (“Questo corso è difficile, ma voi ce la farete” è molto più efficace di “Voi ce la farete, ma questo corso è difficile”).

Appare così chiaro che “imparare le cose” ha prima di tutto a che fare con la motivazione. Cioè, tutto inizia con la definizione dello scopo (ad esempio, come scrivere una email) per poi passare in rassegna il set di strumenti utili per trovare una o più soluzioni.

Nel caso specifico, parlare per ore di email marketing, ignorando il fatto che la classe è ancora ferma al famigerato incipit “con la presente”, marchio di fabbrica di moltissimi maldestri messaggi di posta elettronica, significa buttare alle ortiche tempo e soldi.

Il bisogno di apprendere scatta quando sono credibili il docente e le sue argomentazioni, evidente lo scopo, chiare le abilità che si andranno ad acquisire. Diversamente, stiamo solo scherzando pericolosamente con il carico cognitivo delle persone.

Foto di Shvets Production

Sommario
Formazione aziendale e apprendimento, fanno sempre rima?
Titolo
Formazione aziendale e apprendimento, fanno sempre rima?
Descrizione
Imparare cose nuove non è per niente facile. La difficoltà aumenta se non abbiamo ben presente lo scopo per cui lo facciamo.
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Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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