Risorse umane o umane risorse? Semplicemente, persone

I corsi di formazione aziendali mi portano a interfacciarmi prevalentemente con i cosiddetti responsabili del personale che, immagino per ragioni di esaltazione del ruolo, amano perlopiù definirsi direttori delle risorse umane.

Ora, su questa etichetta non perdo mai occasione per ribadire la mia contrapposizione, perché la trovo del tutto anacronistica quando in ballo ci sono le persone.

Siccome l’idea del mondo viene costruita con le parole utilizzate per descriverlo, ritengo che il termine “risorsa” non dia conto a sufficienza dei valori insiti in un essere umano. I concetti stessi di “relazione interpersonale” e, per converso, di “stima”, prefigurano qualità che vanno ben al di là della sua semplice indicazione contabile in un capitolo di bilancio.

Di certo non sarà l’unico motivo, ma equiparare i collaboratori a dei beni strumentali, porta a perdere di vista il “tocco umano”, spesso trascurato e declassato a mero sentimentalismo. Invece, è proprio questo il terreno in cui prolifica il disequilibrio fra il lavoro e le aspirazioni personali.

Per questo motivo vengo chiamato a dare suggerimenti su come gestire lo stress e gli inevitabili conflitti che ne derivano. Per molto tempo, io stesso ho creduto che la questione fosse tutta interna alle persone (scarsa capacità di relazionarsi con gli altri, apatia nei confronti della propria mansione, invidie di vario genere), poi mi sono accorto che molto spesso le cause del burnout (di questo stiamo parlando) siano da ricercare soprattutto all’esterno degli individui.

La cultura aziendale

Nella pressoché totalità dei siti aziendali (e nei documenti istituzionali correlati) c’è una definizione che brilla più di tutte le altre: cultura aziendale. Ne seguono dei trafiletti di una vaghezza unica, infarciti di luoghi comuni e di spregiudicati copia-incolla. Insomma, un festival dell’equivoco che punta a considerare l’azienda come un ambiente a tenuta stagna.

Invece, qualsiasi organizzazione non è un’entità indipendente, è inserita in un contesto molto più ampio che, nella migliore delle ipotesi, condiziona la sua stessa ragione di essere e di agire. Non esiste un confine netto, ma una sorta di membrana altamente permeabile che consente alle persone e alle informazioni di entrare e uscire senza soluzione di continuità. In sostanza, l’azienda non sta sulla Luna e i suoi lavoratori non fanno tutte le mattine i pendolari dalla stazione Terra.

Una vision aziendale da “Paese delle Meraviglie” è inevitabile che mandi in rotta di collisione il profitto (l’azienda sta sul mercato per questa ragione) con il “siamo una grande famiglia” dove sembra quasi che venga bandita la parola “lucro”.

Questa situazione genera una “guerra culturale” in cui le risorse umane, proprio perché in quanto risorse, vengono conteggiate come costo. Ovvero, qualcosa da diminuire per incrementare i profitti, qualora non sia possibile aumentare i ricavi.

Tutte le recessioni economiche della storia si sono trasformate in occasioni per perseguire una maggiore “efficienza” del lavoro (stessa produzione con le stesse o meno persone, oppure esternalizzando le lavorazioni in mercati dove costi e diritti sono inferiori).

Quando la “cultura della risorsa umana” diviene un concetto su cui non ci si interroga più (quasi fosse un oggetto di natura), succede che a un certo punto la persona “si spezza”, perché supera i suoi limiti di adattamento (fisici, funzionali, cognitivi) e a quel punto viene “ammortizzata” contabilmente alla stregua di una macchina.

Il valore delle persone dà valore alle cose

In ogni successo imprenditoriale ci sono delle persone che hanno reso possibile il raggiungimento di quel traguardo. Storicamente, il lavoro precede il capitale. E quest’ultimo non sarebbe mai esistito se non ci fosse stata la forza progressiva del primo.

Ecco allora che il lavoro è intrinseco al valore delle persone e non a quello delle risorse. Sono al centro i valori culturali, prima ancora che quelli economici.

Qui dentro ci vedo il senso di dinamiche formative che sempre più facciano perno sul senso di umiltà (nessuno è onnisciente), sul senso di responsabilità (imparare dai propri fallimenti senza incolpare gli altri), sul senso di squadra (i ruoli si compensano vicendevolmente).

La cultura aziendale inizia e finisce con le persone. Utilizziamo il concetto di risorsa solo per le macchine.

Foto di Ümit Yildirim

Sommario
Risorse umane o umane risorse? Semplicemente, persone
Titolo
Risorse umane o umane risorse? Semplicemente, persone
Descrizione
La definizione di risorse umane contraddice se stessa. Le persone hanno dei valori che superano la descrizione utilizzata per le macchine.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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2 risposte a “Risorse umane o umane risorse? Semplicemente, persone”

  1. Caro Sergio,
    abbiamo toccato l’argomento proprio l’altro giorno e proprio in occasione di un corso aziendale.
    Hai espresso il concetto che hai scritto in questo articolo e te ne riconosco la bontà.
    Tieni a mente che bisogna sempre capire che le persone vedono il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: io nel termine “risorse” non vedo riferimento a strumenti, bensì tutta una serie di qualità che posseggono gli esseri umani (e da qui “risorse umane”): risorse d’ingegno, risorse di sapere, risorse di esperienze, risorse intellettuali, risorse inaspettate…
    Sono dunque d’accordo con te di voler estrapolare dal gergo aziendale il connotato univocamente economico del termine risorsa. Come potrebbe essere il sinonimo “patrimonio umano”, che sa tanto di profitto in un bilancio.
    I lavoratori, di questo stiamo parlando, sono sì un costo ampio per un’azienda, ma sono anche la risorsa più preziosa che possegga ed in quanto tale vanno valorizzati, nutriti di sapere, incoraggiati.
    Ripeto, capisco la tua idiosincrasia al termine “risorsa”, ma spero che il mio punto di vista ti trovi d’accordo con me.
    Buona continuazione ed al prossimo costruttivo confronto!
    Adriano

    1. Ciao Adriano,
      sono senz’altro d’accordo con te. Purtroppo, il termine “risorsa” dà l’idea di un “ingranaggio” dell’azienda. Quando poi viene abbinato alle persone, anche queste ultime assumono una valenza meccanica (si rompono, si sostituiscono) rendendole indistinguibili – in termini economici – dai beni strumentali.
      Uscire da questa gabbia lessicale significa ripensare anche la vetusta gerarchia verticale e gli scopi della relativa mission. I risultati finanziari dell’impresa non possono più prescindere dalla valorizzazione dei lavoratori che, al di là delle frasi stereotipate, diventano a pieno titolo co-creatori dei risultati.
      Tanto più che il vantaggio competitivo delle aziende dipenderà sempre più dai valori (il tocco umano) cristallizzati nei prodotti o servizi che vendono.

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