Un grande reset o una nuova normalità?

A meno di fatti personali estremamente importanti o gravi, con una buona dose di certezza, credo di poter affermare che nessuno di noi si ricordi cosa stava facendo il 3 maggio 2004 (o in un’altra data presa a caso). Con la stessa sicurezza, ritengo di non sbagliarmi se affermo che, invece, tutti conserviamo nella memoria l’immagine vivida di dove eravamo l’11 settembre 2001.

Un evento spaventoso in cui hanno perso la vita quasi tremila persone e che ha scosso le coscienze del mondo (occidentale, in modo particolare), quelle stesse coscienze che molto probabilmente ignorano come in quello stesso giorno (e in tutti gli altri giorni) siano anche morti, per cause legate alla denutrizione, settemila bambini sotto i 5 anni.

Tuttavia, parliamo di eventi catastrofici che, a parte lo sconcerto iniziale nel caso dell’attentato alle Torri Gemelle, o l’alzata del livello di attenzione in occasione di campagne specifiche per quanto riguarda il problema irrisolto della fame nel mondo, non hanno scalfito significativamente le nostre modalità di vita. E, purtroppo, continuano a non farlo.

Ora, con l’emergenza pandemica globale ancora in corso, abbiamo capito (a dire il vero, non tutti) che in un mondo sempre più connesso, anche analogicamente, questi sconquassi saranno all’ordine del giorno. Certo, saremo sempre più attrezzati per fronteggiarli, ma sarà impossibile far finta di niente.

Qualcuno dice che dovremo imparare a convivere coi virus (non solo con il SARS-CoV-2), alla stregua delle influenze stagionali, ma ridurre tutto a una mera faccenda sanitaria, appare già oggi una semplificazione estremamente improbabile.

Ormai, le trasformazioni si sono messe in cammino con un ritmo a dir poco frenetico. Mentre ci sono voluti due secoli per passare dall’ufficio, posizionato fisicamente sopra la fabbrica e che si occupava essenzialmente di scartoffie burocratiche, ai co-working super attrezzati, ai centri di assistenza in remoto, ai call center delocalizzati, in poco più di un anno siamo riusciti a mettere a terra (anche maldestramente) la tecnologia di cui disponevamo.

Anche in questo caso, circoscrivere tutto all’ambito tecnico rischia di farci vedere solo una faccia della medaglia. In realtà, siamo di fronte a un cambiamento epocale del nostro paradigma culturale.

Dalla scuola al lavoro

Se penso alla scuola dei miei tempi (da quella elementare in su), rigidamente articolata in spiegazioni, interrogazioni e compiti a casa, oggi faccio molta fatica a collocarla nel nuovo contesto scaturito dai lockdown di questi ultimi mesi.

La tanto criticata didattica a distanza, pur dimostrando numerosi limiti (intrinseci ed estrinseci), ha comunque spalancato concretamente le porte a quell’insegnamento “capovolto” di cui, fino a un paio di anni fa, ne parlavamo solo per riempire i convegni più “avanzati”.

Non sarà più una questione di decenni. Più rapidamente di quanto si possa pensare, avverrà (fisiologicamente?) lo sdoganamento dell’ambiente virtuale per le lezioni e, probabilmente, per i “vecchi” compiti, mentre si assisterà alla trasformazione del presupposto stesso di presenza fisica all’interno dell’aula. Quest’ultima diventerà una sorta di classe-laboratorio dove sarà possibile sviluppare le didattiche più complesse, quelle che contemplano la progettazione collaborativa, la manualità, la ricerca e la soluzione dei problemi.

Tutto questo risulterebbe poco significativo e, per dirla tutta, anche pressoché inutile se, di pari passo, anche i luoghi di lavoro non procedessero simultaneamente nella stessa direzione.

“Staccare” il lavoro dal suo luogo fisico, significa innanzitutto abbracciare un nuovo modo di pensare la produttività. Lo spazio (l’edificio) e il tempo (l’orario) perderanno la loro intima adesione al concetto esclusivo di “ambienti” entro i quali si fa un lavoro. Diventeranno, al contrario, “strumenti” di socializzazione umana, di condivisione delle idee, di discussione “sul” e non “per il” lavoro.

L’ibrido che è già in noi

Del resto, se riflettiamo su come eravamo un anno e mezzo fa, non facciamo molti sforzi per renderci conto che adesso l’ibrido è già dentro di noi. Non ci spostiamo più acriticamente per partecipare a una riunione, ma valutiamo in primis la possibilità di poterla svolgere in teleconferenza, lo stesso vale per la formazione aziendale e per tutti quei momenti in cui il luogo fisico non è funzionale allo scopo.

Fin dai tempi di Ned Ludd, i cambiamenti tecnologici inizialmente hanno sempre incontrato non poche resistenze, anche quando i benefici erano di per sé già molto evidenti. Ma se in passato le trasformazioni lasciavano più tempo alla loro metabolizzazione da parte del sistema, oggi è richiesta una reattività di gran lunga più elevata.

Anche “l’internet” aveva preso di sorpresa interi comparti produttivi (ancora oggi molti sono convinti di essersela cavata mettendo un bel www nel biglietto da visita), ma solo chi ha rimodulato – a volte radicalmente – le proprie strategie è rimasto saldamente sul mercato.

Nella situazione attuale tutte le aziende che pensano alle loro dinamiche nei termini di “spegni e riavvia”, rischiano seriamente di non sopravvivere al reset. Con buona pace di quello status quo che gli ha fatto compagnia fino a ieri.

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Un grande reset o una nuova normalità?
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Un grande reset o una nuova normalità?
Descrizione
Non saremo più quelli di prima perché l'ibrido è già dentro di noi. I luoghi e le nostre azioni si sono spostati in un altro tempo.
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Sergio Gridelli Blog
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