La sottocultura che ci circonda

C’era un tempo (chi se lo ricorda più?) in cui le persone esprimevano delle opinioni. E a queste veniva attribuito un valore direttamente proporzionale all’autorevolezza di chi le aveva pronunciate.

Cioè, le comprovate credenziali di un ingegnere, di un economista, di un medico erano sufficienti a evitare che un laureato all’università della strada (o della vita) avesse l’ardire di aprire con loro un contraddittorio su argomenti di cui, nella migliore delle ipotesi, conosceva solo il nome perché una volta l’aveva sentito pronunciare da un suo cugino di secondo grado.

Senza una reale cognizione circa il meccanismo di causa-effetto della comunicazione, siamo passati dall’essere dei “semplici” spettatori a dei produttori di informazioni, comprendendo in questa definizione anche l’immortale “buongiornissimo kaffè”.

Così, per una non meglio specificata ridefinizione della consapevolezza dei propri limiti del sapere, la sacrosanta valenza democratica della rete è pian piano transitata dal “diritto di espressione garantito a tutti” alla “presuntuosa sicumera di possedere la verità su tutto”.

Sia chiaro, non c’è nulla di male che un “signor nessuno” si confronti con chi ha al proprio attivo anni e anni di studio su una specifica materia, ma da qui a mettersi in testa, di volta in volta, il cappello dello specialista ce ne passa.

Tuttavia, con una buona dose di magnanimità, possiamo ancora tollerare questa sconsideratezza, ciò che invece risulta insopportabile è spesso il rapido abbandono del dialogo (ancorché improbabile) sulle idee in favore degli attacchi violenti alla persona, minacce di morte comprese.

Ora, quest’ultimo anno e mezzo ci ha fatto vedere anche la parte sommersa dell’iceberg. Se prima ci accontentavamo di prendere atto (rimanendo distanti anni luce) dell’esistenza di persone convinte della piattezza terrestre, del complotto ovunque e comunque, del “non ce lo dicono”, adesso è mia convinzione che ci sia in ballo molto di più, ovvero la perdita di senso che ci permette di distinguere un intellettuale (uno che ha studiato una disciplina, spesso per tutta la vita) da uno che si limita a sfoggiare competenze “profonde” appena un millimetro, quando va bene.

Il distacco, ormai completamente avvenuto, fra parole e responsabilità, mette sullo sfondo la correlazione dialettica fra i sistemi di elaborazione individuali e la consapevolezza nei confronti dell’ambiente collettivo in cui inevitabilmente ognuno di noi agisce.

L’inesistente singolarità del punto di vista

Nonostante il buon Schopenhauer si sia prodigato in tutte la maniere per convincerci che le rappresentazioni della realtà coincidono con il numero di individui che popolano il pianeta, ancora oggi la capacità cognitiva flessibile non sembra appartenere a una discreta massa di persone.

Per dirla diversamente, a queste ultime non interessa minimamente valutare le informazioni di chi gli fa notare che, in relazione al diverso punto di vista, un 6 potrebbe anche essere un 9.

Pertanto, su questo falso piano, il loro scopo finale non è ascoltare per conoscere altre visioni del mondo, ma semplicemente per ribadire l’esistenza dell’unico mondo che conoscono, il loro.

L’arma di distrazione del benaltrismo

Di fronte all’evidenza del metodo scientifico, i miscredenti del sapere logico-razionale tirano la proverbiale “palla in tribuna”. Cioè, non avendo più nulla da dire sull’argomento in questione, si prodigano in interminabili, quanto insensate, litanie a base di “il problema è un altro…”.

In questo modo, senza battere ciglio, passano dalle dimostrazioni stregonesche sulla chimica farmaceutica (di cui sono ovviamente espertissimi) ai complotti orditi dai magnati dell’informatica, magari condite anche con qualche scorribanda sul perché non siamo mai andati sulla Luna.

La sottocultura del non sapere

Al mondo ci sono 10 tipi di persone, quelle che capiscono la numerazione binaria e quelle che non la capiscono”. Si tratta di una famosa “nerdata” che, nonostante sia in circolazione da anni, non cessa di suscitare sconcerto.

Se spinto dalla voglia di continuare a imparare, sono convinto che anche chi ha fatto studi umanistici vorrà approfondire la questione. Probabilmente, non se ne farà mai nulla della conoscenza acquisita sul nuovo sistema numerico, ma sarà felice di aver esplorato un “mondo” a lui sconosciuto fino a quel momento.

Ecco, con la nuova deriva che imperversa sulle piattaforme sociali, l’eccitazione di imparare è spesso paragonata alla stregua di un difetto. Siamo andati oltre al millenario precetto del “so di non sapere”, per approdare al più moderno “non voglio sapere”, con l’astrusa pretesa che solo l’ignoranza rende liberi.

Del resto, i vari reality televisivi avevano annunciato con discreto anticipo il “vantaggio competitivo” di non possedere opinioni (tranne quelle che i “poteri forti” non vogliono farci avere), di non sapere fare nulla, di non esibire alcun titolo di studio.

Tirate le somme, il problema del nostro tempo non è rappresentato dal negazionismo su tutto e di più, che sovente si rivela essere solo una caricatura di se stesso, ma dalla mancanza, ormai cronica, dell’abitudine al dubbio, alla verifica, alla curiosità.

Scuola, se ci sei, batti un colpo. Il momento è adesso.

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La sottocultura che ci circonda
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La sottocultura che ci circonda
Descrizione
Se il non sapere diventa un valore, significa che il sistema dell'istruzione ha perso la sua capacità di generare cultura.
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Sergio Gridelli Blog
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Una risposta a “La sottocultura che ci circonda”

  1. Ho letto tutto il post (ebbene sì, lo ammetto, sono uno di quegli antidiluviani incartapecoriti che ancora legge 15-20 frasi intere, invece di fermarsi a metà della prima riga). Sottoscrivo tutto, dall’inizio alla fine. Purtroppo internet, e soprattutto i social, hanno reso democratica non solo la cultura, ma anche l’ignoranza. Umberto Eco, scrittore che io non amavo particolarmente, perchè era un po’ troppo umanista per i miei gusti, scrisse una critica ai social, in cui riconobbi quello che pensavo già da tempo. La versione originale di Eco la potete trovare su Google cercando “Umberto Eco social”. La mia versione, decisamente più ruspante e rozza è questa: fino a prima di internet e dei social le persone con idee strane venivano spesso etichettate come “scemo del villaggio”, se ne stavano relegate in disparte al bar del quartiere o all’osteria del paese. Appena aprivano bocca venivano messi a tacere con frasi di dubbio gusto e ben poco “politically correct”, ma giustificabili per l’assurdità delle idee da loro espresse. Finivano così per starsene quasi sempre in silenzio, silenzio che veniva interrotto dagli effetti di qualche bicchiere di vino o dall’uso di sostanze chimiche più o meno proibite. Coi social è cambiato tutto: consederando che ci saranno almeno 10 milioni di italiani che usano i social e che, eventualmente ingegnandosi un po’, si possono allargare il bacino d’influenza usando lingue straniere, lo “scemo del villaggio” riuscirà ad incappare in qualche altro squilibrato che la pensa come lui e così convince se stesso (e anche gli altri suoi simili) di non essere così sce….strano; anzi, è ovvio che lui è dalla aprte del torto e gli altri sono o “allineati alle lobby internazionali” oppure soggiogati alle idee dei “governi complottisti”. Finiscono così per gasarsi ritenendosi dei paladini della verità, una sorta di Morpheus, Trinity e Neo al difuori di Matrix. La cosa brutta è che una notizia postata in internet, al contrario del sasso in uno stagno, non attenua la sua influenza con la distanza, ma la amplifica. Visti gli intrecci su internet può facilmente capitare che una stessa notizia venga letta più volte, ma proveniente da direzioni diverse e così, rimbalzo dopo rimbalzo, anche quelli un po’ più scettici si convincono che una farneticazione sia verà, perchè pensano “questa l’ho già sentita da altre parti”. Purtroppo sembra proprio che la “non cultura” sia ormai diventato lo standard, col rischio che uno leggermente più acculturato degli altri rischi di passare per anacronistico, snob o strano. Dopo tutto se abbiamo una classe politica che trasmette una cultura fatta di frasi banali, soluzioni semplicistiche a problemi complessi e che trasudano ignoranza spesso a 360°, c’è poco da stare allegri. Se un’aspirante presidente di regione ha le idee confuse sui confini del territorio che vorrebbe governare e si vanta di non leggere libri da anni, manco fosse un aspetto da indicare nel curriculum, e malgrado questo arriva quasi al 50% delle preferenze, si capisce come ragioni e quale cultura abbia la maggioranza delle gente. Per quello che riguarda la scuola non sono così entusiasta: mi sembra che sia sempre più nozionistica invece che orientata a stimolare il ragionamento e lo spirito critico dei ragazzi. Sono del parere che sia meglio avere un ignorante con curiosità e spirito critico invece di un “acculturato” che accumula informazioni senza analizzarle approfonditamente; il primo tipo di persone sarà in partenza svantaggiato, ma avrà modo di acquisire informazioni molto più veritiere di quelli che avranno un buon substrato culturale, ma che non saranno in grado di discriminare le panzane dalle cose vere, rischiando di “de-acculturarsi”.

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