Trasformare un gruppo in una squadra, il duro lavoro del leader

In qualsiasi settore professionale esistono molti gruppi e pochissime squadre. Lo si percepisce subito dalla mancanza di un’efficace comunicazione interna (il reparto A ignora completamente gli obiettivi del reparto B), dall’utilizzo a mo’ di confessionale dell’angolo della macchinetta del caffè, dall’assenza di qualsivoglia briciolo di tensione creativa.

Per carità, i gruppi non sono il male assoluto, ma data la loro natura si conciliano poco con i contesti aziendali. Infatti, i gruppi fanno dell’assenza di vincoli una delle loro ragioni d’essere.

Pensiamo al gruppo della palestra o a quello dei vecchi compagni di scuola elementare. Quando viene organizzata la cena degli auguri di fine anno nessuno dei rispettivi componenti avverte la propria presenza come un obbligo imprescindibile. Certo, si tratta di momenti piacevoli e ci si rammarica nel caso non si riesca a partecipare, ma a conti fatti non sono in ballo il raggiungimento di traguardi programmati, di risultati misurabili, di incrementi del fatturato.

In breve, ragionare da squadra è funzionale alla condivisione degli obiettivi aziendali. Ciò significa che i componenti della struttura, pur di raggiungere gli scopi prefissati collettivamente, sono in grado di compensarsi a vicenda. Per dirla in un altro modo, “non si danno la colpa” vicendevolmente (modalità tipica dei gruppi), ma si concentrano prioritariamente sulla soluzione.

Per questo motivo, sono convinto che una delle formazioni più utili in assoluto sia quella in grado di alimentare un ambiente di lavoro spiccatamente creativo. Non mi sto riferendo a organici aziendali costituiti esclusivamente da musicisti, pittori, poeti, ma da persone alle quali viene accesa la loro scintilla interiore (da qualche parte, ce l’abbiamo tutti).

Per esempio, “giocare” con il problem solving consente di vedere i pensieri alternativi, di scoprire nuove idee, di rimodellare i flussi operativi. E tutto questo in un clima più sereno e felice.

Tuttavia, per quanto la formazione possa far vedere il mondo con occhi nuovi, una parte importante di questo lavoro va completato dal leader aziendale. A cominciare dalla sua capacità (e volontà) di mettersi continuamente in discussione.

Rompere gli schemi

Per molti versi, nonostante le nuove (e brusche) modalità imposte dalla pandemia, numerose aziende sono ancora saldamente ancorate al caro cartellino di fantozziana memoria. Poco importa se adesso il marcatempo è digitale, ciò che fa specie è la totale mancanza di flessibilità.

Se per i collaboratori il principale nemico diventa il tempo, gran parte della loro attività sarà incentrata sul controllo della puntualità (non un minuto in più, non un minuto in meno) a discapito della malleabilità, che è poi quella cosa che ci fa “incontrare” le intuizioni meno scontate.

Un orario di lavoro “elastico”, fuori dagli schemi, è ciò che ci vuole per poter anche pensare fuori dagli schemi.

Spegnere il compressore

Lo sappiamo da sempre, l’effetto “catena di montaggio” è alienante e, alla lunga, improduttivo. Le persone, di tanto in tanto, avvertono il bisogno (non solo fisiologico) di interrompere le loro routine di lavoro.

Le pause, meglio se gestite individualmente e autonomamente, hanno il potere di abbassare la pressione e di far trovare, spesso per vie del tutto casuali, le risposte che lo stress impediva di vedere.

Ascoltare le idee di tutti

Fra gli effetti della mancanza di comunicazione interna (quante aziende fanno riunioni a cadenza settimanale con tutto lo staff?) c’è il disagio da parte dei collaboratori di esprimere un loro punto di vista circa il possibile miglioramento di un determinato flusso operativo.

Nelle aziende, in larga parte gli spunti creativi ci sono già, mancano solo gli stimoli giusti per portarli alla luce del sole. Se la politica aziendale è invece quella per cui nessuno deve saperne più del capo, tutto un patrimonio di idee rimarrà nell’ombra. E poi, beffa finale, questi cosiddetti leader si prodigano continuamente a cercare nuove competenze all’esterno.

La bellezza genera bellezza

Un ambiente di lavoro stimolante favorisce gli approcci creativi ai problemi. Se da un lato sappiamo che le soluzioni più geniali derivano dalla combinazione di “concetti” non correlati tra loro, dall’altro, è indubbio il potere ispiratore di luoghi, come dire, sensoriali.

Un ufficio “caldo” è costituito da persone felici, da quadri alle pareti, da aromi diffusi, da musica in sottofondo. Tutti “ingredienti” che danno un senso di appagamento al perché si sta svolgendo con convinzione (e profitto) quel determinato compito.

La maggior parte delle persone ammette (in realtà, lo sconfessa a se stessa) di non essere per nulla creativa, sia nella vita privata che sul lavoro. Non è vero.

La creatività è soprattutto figlia della fiducia, in se stessi e nei confronti degli altri. Ne deriva che la fiducia non può che essere il catalizzatore di un gioco di squadra, dove tutti si sentono di “appartenere” a un progetto, a un’idea, a una visione. E il leader è qui dentro, non sopra.

Sommario
Trasformare un gruppo in una squadra, il duro lavoro del leader
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Trasformare un gruppo in una squadra, il duro lavoro del leader
Descrizione
Le aziende che funzionano e che ottengono risultati si basano sullo spirito di squadra, non sull'anarchia del gruppo. Il ruolo del leader.
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Sergio Gridellii Blog
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