Siamo quello che scriviamo

Per quanto le trame dei romanzi possano sembrare inverosimili, in ogni libro c’è sempre un pezzo (spesso molto di più) dell’esperienza di vita dell’autore.

Infatti, la rappresentazione della realtà, più o meno immaginata, è sempre un’interpretazione mediata dai sensi, dalle esperienze e dai ricordi individuali. Le storie ci affascinano proprio per questo motivo, perché dentro vediamo traiettorie esistenziali diverse dalle nostre, ma che per molti aspetti potrebbero anche appartenerci.

In definitiva, in ogni attività di scrittura (ci metto dentro anche la saggistica e la manualistica) raccontiamo chi siamo, come elaboriamo (s)oggettivamente il mondo, in che modo stiamo dentro la fitta ragnatela delle relazioni.

Quando poi usciamo allo scoperto, cioè tutte le volte in cui è manifesta la volontà di narrare la nostra storia personale, ecco che aumenta l’interazione fra i sistemi cognitivi. In poche parole, a tutti piace un sacco conoscere il “dietro le quinte” di un romanziere di successo, di un giornalista di cronaca nera, di un blogger che macina visualizzazioni a tutto spiano.

Raccontarsi non è un “parlarsi addosso” (lo so, a molti piace tantissimo), ma un modo per costruire trame coinvolgenti con i lettori. Ora, sul “cosa narrare” non c’è che l’imbarazzo della scelta, anche se sarebbe vivamente consigliato mantenere una relativa equidistanza dalla ricerca della commiserazione e, sul versante opposto, dall’ostentazione stucchevole dei propri successi.

La caduta e la risalita

Alzi la mano chi non ha mai avuto un momento di sconforto. Ecco, parlare di un proprio momento difficile e di come è stato superato, dà la misura esatta della sfide che qualsiasi persona si trova ad affrontare.

Condividere i tentativi, le delusioni e, perché no, anche le soluzioni (meglio se non convenzionali) è un modo per offrire uno o più spunti motivazionali a tutti coloro che magari si trovano a fronteggiare gli stessi ostacoli. E, soprattutto, rimarcare più volte il fatto che “non scegliere” è comunque “una scelta” (quasi sempre la peggiore) porta a considerare che accelerare il fallimento si rivela l’opzione più vantaggiosa.

Alla fine ciò che resta è la spinta a credere nelle proprie capacità e a valutare altri punti di vista. Insomma, “Se ce l’ha fatta lui, perché non dovrei riuscirci anch’io?

Saper ridere di se stessi

Chi non ride mai non è una persona seria“, amava ripetere Chopin. Io aggiungerei che chi non sa ridere anche di se stesso lo è ancora meno.

Amo raccontare spesso di quel giorno in cui dovevo tenere un corso sulla gestione del tempo e sono arrivato in aula con quasi quaranta minuti di ritardo. Una disavventura che, ancora a distanza di anni, mi permette di prendermi in giro e dimostrare come ogni situazione imbarazzante si può trasformare in autentiche lezioni professionali.

In quel caso, come alibi a mia discolpa, dissi ai corsisti che avevo perso tempo a correggere la slide su “Come usare efficacemente Google Maps per arrivare in orario agli appuntamenti”.

Non è mai troppo tardi

La sacralità del posto fisso, mettetela come volete, è rimasta unicamente nel film interpretato da Checco Zalone (Quo vado?, 2016). Solo dieci anni fa non immaginavo nemmeno lontanamente la traiettoria che avrebbe imboccato la mia attuale occupazione professionale. Eppure è successo, nonostante non avessi già allora l’età “giusta” del cosiddetto rimettersi in gioco.

Oggi si stima che durante una carriera professionale avvengano dalle quattro alle sette “svolte”, alcune di queste addirittura radicali. Ne deriva che non c’è un’età predefinita per cambiare lavoro, trasferirsi in un’altra città, rimodulare la propria vita.

Senza avere statistiche alla mano, è altamente probabile che raccontare la propria trasformazione professionale vada a intercettare un cospicuo numero di persone che, per le più svariate ragioni, in quel momento sta proprio facendo i conti col futuro. E in queste situazioni, cosa c’è di più prezioso di leggere le stesse sfide che ha già affrontato qualcun altro?

Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso”, ora provate a dare torto a Confucio.

Sommario
Siamo quello che scriviamo
Titolo
Siamo quello che scriviamo
Descrizione
I nostri pensieri si riflettono in ciò che scriviamo. Per questo, è impossibile non raccontare ogni volta un pezzo di noi.
Autore
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Sergio Gridelli Blog
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