Il lavoro e la nuova normalità del tempo

Senza alcuna cognizione di fisica, tutti abbiamo “toccato con mano” il mutamento costante della nostra percezione del tempo. Per rimanere nel “classico”, acquistiamo il computer più veloce del mondo, ma dopo poco, ecco che cominciamo ad avvertire una vera e propria impazienza per quei piccolissimi ritardi che non siamo più disposti a sopportare.

E pensare che solo qualche decennio fa – per scrivere una relazione – passavamo giornate intere fra nastri inchiostrati, errori di battitura da correggere “fisicamente” e fotocopie sbiadite. È cambiata la tecnologia , di conseguenza il presente si è fatto sempre più istantaneo e il futuro, ça va sans dire, sempre più immediato.

Le concettualizzazioni teoriche del tempo, da Newton alla gravità quantistica a loop, passando per Einstein, hanno sempre dovuto fare i conti con una linearità via via più incerta e, forse, anche più insopportabile.

I segnali erano già nell’aria da un po’, ma da un anno a questa parte la pandemia ha calato l’asso, sfidando in un colpo solo la resilienza, lo spazio e, ovviamente, il tempo.

Così come internet non si può più considerare una “moda passeggera”, con buona pace dei suoi detrattori (anche a livello aziendale), al suo pari il lavoro a distanza sarà destinato a rimanere a lungo (oserei dire per sempre) dentro le nostre vite.

La tecnologia cambia il tempo

Quando ancora non c’era la rete e men che meno la telefonia mobile, qualche amministratore pubblico, dalla visione indubbiamente lunga, aveva avvertito la necessità di adottare i cosiddetti piani regolatori dei tempi delle città.

Si cominciava così a prendere in considerazione l’insostenibilità di un modello di sviluppo (di sviluppo?) dove tutti andavano a scuola e al lavoro nello stesso momento, intasando fino all’inverosimile le arterie stradali, saturando oltre misura i mezzi del trasporto pubblico, obbligando i cittadini a vere e proprie acrobazie sul centesimo di secondo.

Ora, si sa, gli interessi in gioco erano molteplici e una “sincronizzazione” dei tempi di vita, tali da accontentare tutti, si è rivelata quasi dappertutto una chimera pressoché irraggiungibile. L’abbiamo visto anche in questi mesi con le nette prese di posizione contro il lavoro da remoto, in quanto causa di effetti collaterali negativi sul tessuto commerciale e produttivo (“Basta smart working, è il momento di tornare a lavorare”, Beppe Sala – sindaco di Milano ).

Nell’impossibilità di generalizzare (che vale per tutti), non fosse altro per la personalissima rappresentazione del mondo che si fa ognuno di noi, il lavoro da remoto (con tutte le variegate etichette che gli sono state appiccicate) ci ha aperto gli occhi, fra le altre cose, sul tempo perso.

A cominciare dalle riunioni. Solo noi sappiamo quanti fogli abbiamo riempito con scarabocchi vagamente artistici prima di assopirci definitivamente nel bel mezzo di un meeting. Cambiano le modalità, ma anche le video-conferenze sono in larga parte affette dalle stesse distorsioni (o aberrazioni?).

Prima di tutto, cominciamo ad analizzare quante call ci saremmo potuti risparmiare inviando semplicemente una mail a tutti gli interessati. Lo so già, un bel po’.

In seconda battuta, replicare online le stesse durate temporali delle riunioni fatte in uno spazio fisico (vale anche per le sessioni di formazione) è, per essere educati, demenziale.

Infatti, venendo a meno buona parte dei livelli essenziali della comunicazione (su tutti quello non-verbale), il cervello è alla continua ricerca delle informazioni mancanti, affaticandosi tantissimo.

Poi, per molti diventa inevitabile spegnere la webcam per accarezzare il gatto, per preparare il pranzo o, semplicemente, per farsi gli affari propri. Fermo restando che oscurare il video durante una riunione o un webinar resta una cafonaggine a prescindere, senza se e senza ma, tutto potrebbe risolversi modulando opportunamente la durata di questi incontri.

Una riunione “fisica” durerebbe lo stesso tempo se nella sala non esistessero le sedie (o le comodissime poltroncine) e i partecipanti fossero costretti a discutere rimanendo in piedi? Probabilmente no, e si arriverebbe molto prima al sodo delle questioni, risparmiando di conseguenza un sacco di tempo.

Ecco allora che equiparando lo “sforzo” di restare in piedi a quello che si avverte davanti a uno schermo, ancorché comodamente seduti o addirittura stravaccati, si può cominciare a ridurre questi tempi (in larga parte inutili), annunciando quali saranno gli argomenti della riunione (l’ordine del giorno, questo sconosciuto!) e la sua durata massima. Fateci i conti, quando le riunioni sono preparate bene (nel senso che tutti i partecipanti vi arrivano preparati), in quindici minuti quante cose si possono discutere e decidere?

Il tempo extra è tempo di vita

Nella provincia cinese di Henan c’è una miniera senza minatori. Ovvero, quest’ultimi pilotano da remoto ruspe ed escavatori, seduti davanti al computer da casa. Per dire che oggi tutto quello che sembra incompatibile con lo smart working, domani o dopodomani potrebbe diventare una consuetudine.

Allora, il nuovo mondo ci vedrà tutti lavorare da casa? Come sempre, in ogni trasformazione tende a prevalere l’ibridizzazione che tiene insieme gli aspetti migliori delle forze che si oppongono. Continueremo a spostarci e a incontrare faccia-a-faccia i nostri colleghi di lavoro, ma risparmieremo anche moltissimi viaggi, tantissime distrazioni e una quantità esorbitante di risorse non rinnovabili.

La vittoria del progresso è quando le persone, lavorando meglio, conquistano sempre maggiori quote di tempo per se stesse e per i loro affetti.

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Il lavoro e la nuova normalità del tempo
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Il lavoro e la nuova normalità del tempo
Descrizione
La tecnologia cambia la concezione (e percezione) del tempo. All'ansia della velocità dobbiamo sostituire la gioia di conquistare tempo.
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Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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