Il tempo della felicità al tempo dell’infelicità

La felicità, senza girarci tanto intorno, la rincorriamo tutti. O, meglio, tutti vogliamo vivere una vita felice.

Sappiamo anche che lo sforzo per raggiungere questo obiettivo è alquanto impegnativo perché il “mondo” – là fuori dalla nostra testa – ce la mette tutta per ostacolarci. Infatti, molto prima che ci travolgesse la pandemia, il lavoro, la famiglia, le relazioni, non facevano certo mancare le loro micidiali bordate in direzione dei nostri già precari stati emotivi.

Si può scegliere di essere felici?

In un certo senso la felicità è di fatto una scelta, ma non basta dire (o imporsi) di essere felice. Insomma, non c’è nascosto – da qualche parte dentro di noi – l’interruttore sì/no della felicità.

Tuttavia, sono incastonati nella nostra interiorità il “chi siamo” e il “dove vogliamo andare”. Nonostante la genetica e i processi educativi individuali determinino, in maniera più o meno significativa, i nostri stati umorali, buona parte dei metodi per raggiungere la felicità possono essere in qualche modo controllati. Pertanto, il primo passo è comprendere qual è il punto di partenza e la traiettoria che intendiamo seguire.

Di fronte a eventi traumatici la felicità di ognuno di noi tocca il suo livello minimo, per poi vedere che ci sono persone che si rimettono in piedi molto prima degli altri. Perché?

Non la voglio fare troppo semplice (e banale), ma credo sia tutta una questione legata alla descrizione linguistica del contesto. Ho notato che le persone più reattive di fronte alle avversità condividono tratti comuni, ovvero utilizzano parole che danno loro forza.

Per esempio, non dicono mai “Mi va sempre tutto male!”, ma “Cosa posso imparare da questo disastro?”. Del resto non è una novità, con le parole possiamo ferire o guarire, ostacolare o aiutare, umiliare o valorizzare.

Le parole sono uno dei pochissimi strumenti a buon mercato che abbiamo a disposizione per descrivere il mondo. Non servono solo per farci capire dagli altri, ma imprimono anche la necessaria energia alle nostre azioni.

Se stare con persone positive risulta di notevole giovamento, alla stessa maniera rendersi disponibili ad aiutare chi è in difficoltà porta molti benefici al livello di soddisfazione individuale.

Ma per arrivare a cogliere questi successi è indispensabile mettere sulla stessa linea di mira il corpo, la mente, lo spirito. Se non accettiamo prima di tutto noi stessi è del tutto improbabile che riusciamo ad accogliere gli altri.

I soldi possono fare la felicità?

La saggezza popolare dice che è meglio piangere sui sedili di una Maserati che dentro un’Apecar, come a confermare l’esistenza di un binomio indissolubile che tiene insieme felicità e soldi.

C’è da dire che quando compriamo qualcosa cui siamo molto interessati ci sentiamo meglio e, forse, anche un po’ più felici. Quindi, è proprio vero che i soldi fanno (e comprano) la felicità?

La nostra linea evolutiva ha fatto sì che siamo stati programmati per trovare il piacere nella gratificazione immediata, cioè l’atavico principio di sopravvivenza si sposa perfettamente con l’appagamento istantaneo.

Il problema sorge quando comprendiamo che, all’opposto, il contesto sociale in cui siamo immersi si basa (quasi) esclusivamente sul cosiddetto ritardo della ricompensa. Ne deriva che non possiamo percepire lo stipendio quando lo vorremmo noi, spesso abbiamo a che fare con le file e aspettare il nostro turno, per la stragrande maggioranza delle persone comprare l’automobile nuova non si risolve allo stesso modo di bere un bicchiere d’acqua.

In concreto, fra il desiderio e il godimento effettivo del prodotto o del servizio c’è sempre uno scarto di tempo. Ma dentro questo differenziale succedono delle cose, in particolare una: la felicità scatta subito e, frequentemente, è molto maggiore rispetto a quella che si manifesta quando otteniamo effettivamente ciò che desideravamo.

L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”. Il buon Gotthold Ephraim Lessing non poteva sapere che c’era in ballo la dopamina, ma è fuori di dubbio che avesse già capito le “regole del gioco”.

Le cose curiose di tutta questa faccenda sono almeno tre:

  • il desiderio è un forte catalizzatore di felicità
  • la felicità dipende dalla dopamina e non è intrinseca agli oggetti
  • una volta esaurita la dopamina, ne cerchiamo altra desiderando nuovi oggetti

In buona sostanza, la relazione soldi-oggetti-felicità è quanto di più effimero ed evanescente possiamo pensare.

La merce più rara che è possibile comprare con i soldi non sono i prodotti, ma il tempo. È il tempo la nostra principale risorsa non rinnovabile. Ecco perché il vero risparmio non ha connotazioni economiche, bensì è legato alla qualità del tempo (avere più tempo da dedicare alle nostre passioni, alla famiglia, agli altri).

È il tempo libero che ci rende felici. Certo, il denaro è lo strumento che ci consente di raggiungere facilmente questo appagamento (più soldi ho e più posso permettermi di non lavorare e, quindi, avere più tempo da dedicare alle cose che mi piace fare), ma io mi sono fatto l’idea che i soldi non siano del tutto indispensabili per raggiungere questo scopo.

Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è la ricalibrazione del nostro tempo personale. Le giornate durano 24 ore per tutti, ma non tutti le impiegano con successo.

Quando avvertiamo un senso di costrizione che brucia tutto il tempo di cui avremmo bisogno, ecco arrivato il momento di agire. Come?

Siccome sarebbe irrealistico anche solo pensare di smettere di lavorare per poter avere più tempo per se stessi, mi limito a suggerire un’analisi sulle scelte (consapevoli e non) che facciamo tutti i giorni.

La sera non andiamo mai a letto e zigzaghiamo stancamente da un canale tv a un altro? E se cambiassimo abitudine? Potremmo leggere, scrivere, dipingere o, semplicemente, andare a dormire per svegliarci all’alba. Scopriremmo di colpo che il tempo non è un dogma imposto da chissà chi, ma un valore che cambia la qualità della nostra vita.

Quanto saremmo disposti a pagare per avere oggi un po’ di tutto il tempo che abbiamo sprecato solo perché non abbiamo scelto quando era il momento di farlo?

La buona notizia è che il tempo è galantuomo e non è mai troppo tardi per cominciare a risparmiarlo.

Sommario
Il tempo della felicità al tempo dell’infelicità
Titolo
Il tempo della felicità al tempo dell’infelicità
Descrizione
I soldi comprano (e fanno) la felicità? Molti pensano di sì, ma basta cambiare prospettiva per convincersi del contrario.
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Sergio Gridelli Blog
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