Falla semplice

Le cose più interessanti perdono sempre nei confronti di quelle più chiare. Puoi raccontare tutto d’un fiato il tuo repertorio di idee brillanti, ma se il pubblico non riesce a seguirti la sconfitta è doppia: tua e delle persone che (non) ti ascoltano.

Per mia deformazione professionale (e mentale, sic!) imputo la causa di questa tragedia a una frase apparentemente innocua: “Facciamo un PowerPoint”. È dentro a questo pensiero – prevalentemente tecnico – che muore la chiarezza della comunicazione.

Sorvolo sulle aberrazioni che si vedono nel 90% delle slide (mitragliate di elenchi puntati, miniature di tabelle prelevate sic et sempliciter da un foglio di calcolo, layout grafici al limite della sincope), per sottolineare una volta di più come la comunicazione efficace sia prettamente una questione di sottrazione. Ovvero, dobbiamo avere il “coraggio” di togliere tutto quel superfluo che, alla fine dei conti, serve solo a enfatizzare la nostra (sgargiante?) ruota di pavone.

Sì, d’accordo, ma la nostra materia è complessa ed è impossibile semplificarla”, le volte che mi sono sentito rivolgere questa considerazione le so solo io. Allora, mi armo di (santa) pazienza e comincio ad argomentare che è possibile spiegare qualsiasi cosa a chiunque. Basta concentrarsi sul “come” prima ancora che sul “cosa”.

Quanta ne sanno?

Come le competizioni sportive insegnano, la linea di partenza è la stessa per tutti. Anche una presentazione è, in un certo senso, una “gara” in cui tutti i concorrenti competono avendo ben chiaro il contesto di riferimento.

Poi, è evidente che nel pubblico ci saranno sempre background culturali e livelli di conoscenza differenziati, ma è proprio per questo che è indispensabile trovare un denominatore comune che consenta a tutti di “rimanere al passo”.

Per esempio, se faccio una digressione sulle teorie della comunicazione so per certo che qualcuno – proveniente da quegli studi – le conoscerà già (anche meglio di me). In questi casi, riconosco che ai loro occhi potrei apparire come uno che non racconta nulla di nuovo, allora me ne esco prendendomi un po’ in giro, dicendo che fra i miei compiti c’è anche quello di fungere da promemoria.

Tuttavia, sono molte di più le occasioni dove, all’opposto, è necessario che faccia io delle domande per rendermi conto dell’effettivo coinvolgimento della platea. A volte, rischio di essere addirittura pedante, ma normalmente non passano più di cinque minuti senza che ponga un interrogativo a qualcuno del pubblico.

Hanno sempre ben in vista la strada che stanno percorrendo?

Le presentazioni diventano noiose nel momento in cui il pubblico non capisce più dove si trova e per quale verso sta andando.

Succede tutte le volte che il relatore veste i panni del Dottor Divago. Ovvero, quando anche lui si perde in una marea di dettagli che non fanno più vedere il discorso principale.

Il mio trucco? Una volta fissati i cardini principali del discorso, eventualmente ripetuti più volte secondo lo schema “anticipo ciò che sto per dire, lo dico, ripeto quello che ho detto”, gli unici “scartamenti” che mi concedo sono le metafore e le mie storie personali. Le prime sono armi potentissime per calare l’argomento, ancorché complesso, dentro il vissuto quotidiano di tutti, mentre le seconde giocano sulla nota legge dell’attrazione per cui i “fatti degli altri” hanno sempre la capacità di far drizzare le orecchie di chiunque.

Apprezzano di più la precisione o la chiarezza?

Mi chiedo spesso cosa resti nella memoria dei miei discenti dopo otto ore filate di corso. Gli studi ci dicono che, quando “va grassa”, l’impronta persistente non superi il 20%. Non ho motivo di ritenere il contrario, anche se sono convinto che la percentuale vari sensibilmente (in più e in meno) in relazione alle tecniche di esposizione del docente.

Alla fine mi sono convinto (non la pensavo così) che è molto più efficace adottare una spiegazione semplice, a discapito del rigore tecnico e/o scientifico, per far comprendere (e ricordare) un aspetto molto articolato.

Tutto sta nel farcire la narrazione con una buona dose di “mistero”, in modo tale che si inneschi quasi naturalmente l’ingrediente fondamentale della conoscenza: la curiosità.

Va da sé che questo principio non abbia un valore universale, ma di certo la leva di “andare a colmare i vuoti” è più proficua di una trattazione approfondita che rischia di fare più danni che altro. In sintesi, meglio farsi alleata l’emotività piuttosto che la “cattedra”.

Leggono la passione nei tuoi occhi?

Più le persone del pubblico percepiscono il tuo coinvolgimento appassionato in quello che stai dicendo, e maggiore sarà la probabilità che anche loro avvertano un senso di appartenenza alle tue stesse emozioni.

Ognuno di noi agisce, e prende decisioni, sulla base di motivazioni spesso largamente dominate dall’inconscio.

Tutto quello che trasuda autenticamente dalla nostra voce, dal nostro modo di gesticolare, dall’energia che liberiamo nell’aria, “lavora” sul canale emotivo di chi ci ascolta. Nel pubblico ci sono degli esseri umani che vogliono essere coinvolti dallo stesso sentimento che coinvolge anche noi.

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Falla semplice
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Falla semplice
Descrizione
La chiarezza vince sempre sulla complessità. Allora, è sempre meglio semplificare, anche a scapito di un approfondito rigore scientifico.
Autore
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Sergio Gridelli Blog
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