L’ultimo post

Gestire un blog, oltre al semplice dire di averlo, richiede impegno e costanza. Lo sanno bene tutti quelli che, per una ragione o per un’altra, si trovano a fare i conti con l’aggiornamento continuo dei contenuti. Una scadenza – tipicamente settimanale – che incombe come la vigilia di Natale con ancora tutti i regali da fare.

Ci siamo passati tutti, dopo l’entusiasmo iniziale, la “spinta propulsiva” si affievolisce, le idee cominciano a scarseggiare, il “dovere” diventa via via sempre più pesante e lascia campo aperto al machimelofafare.

In realtà, la cosa non ci dovrebbe stupire più di tanto, poiché si tratta di un modello che conosciamo fin troppo bene. Basta recuperare il ricordo di tutte le volte che abbiamo interrotto la frequentazione della palestra, i corsi online acquistati e lasciati a metà, per finire con le innumerevoli “diete del lunedì” che a mala pena sono riuscite a scavallare la settimana.

Così, specie quando gli impegni si sovrappongono, è (quasi) naturale andare a recuperare tempo nelle attività “non vincolanti”, blog personale in testa.

Questo è l’ultimo post”, me lo sono ripetuto chissà quante volte. Poi, come la proverbiale offertissima che scade domenica (ma dura tutto l’anno), mi mettevo a testa bassa per onorare il mio senso di responsabilità, in parte con i lettori (mi piace pensare di averne qualcuno) e in parte con la disciplina dello scrivere (che, alla lunga, serve in ogni professione).

Tuttavia, oggi che ci rifletto meglio, la vera motivazione derivava dalla competizione con me stesso. Per meglio dire, da un approccio analitico sul perché le cose all’inizio ci esaltano – con tutto quello che ci sta dentro: impeto, fervore, fanatismo – per poi scemare nell’abbandono più totale.

Perché non portiamo a termine gran parte delle cose che iniziamo?

Lo so, l’accostamento potrebbe (può?) apparire azzardato, ma le dinamiche assomigliano molto a quelle dell’innamoramento. I primi giorni non capiamo più niente e non vediamo altro, poi il senso di realtà si fa spazio, sbendandoci gli occhi.

Ora, siccome l’infatuazione non può durare per sempre (“L’amore è eterno finché dura” ha chiosato Carlo Verdone), se non mettiamo in conto fin da subito che non sarà sempre festa, alla prima difficoltà ci paralizziamo. E cosa succede? Semplicemente, gettiamo la spugna, rimandando tutto alla prossima sferzata di novità. Così si ricomincia, reiterando il ciclo all’infinito.

Ritornando alla “rinuncia del blog”, la mancanza di tempo è solo una piccolissima parte del problema, del resto sappiamo benissimo che in realtà è unicamente la motivazione a scarseggiare. Tant’è che quando facciamo qualcosa che ci piace, il tempo lo troviamo eccome e, di pari passo, sembra addirittura volare.

Possiamo scardinare questo blocco?

Quando abbiamo la consapevolezza di qualcosa di negativo, siamo già oltre la metà del suo superamento.

Non servono strumenti particolarmente complessi, è sufficiente fare mente locale su alcune situazioni che avevamo intrapreso e riflettere sul perché non le abbiamo portate a termine. Non sono un indovino, ma scommetto che la maggioranza di queste condividono fra loro tratti comuni, per non dire del tutto identici.

E si sa, quando le cose le conosciamo, smettono di farci paura. Ecco allora che l’eventualità di fallire la dobbiamo mettere in conto fin da subito.

Non saremo né i primi, e né gli ultimi, a trovare delle difficoltà nel raggiungere un obiettivo che in principio ci sembrava tanto facile. “No pain, no gain”, alla fine dei conti, non è altro che una sorta di competizione con la nostra intelligenza.

In qualsiasi campo, il successo è sempre il risultato di una sequenza di piccoli traguardi. Ogni settimana, non devo scrivere il post per il Pulitzer, ma un certo numero di parole che daranno piacere a me e, spero, anche a coloro che le leggeranno.

Se, al contrario, insisto nello scrivere l’articolo perfetto, quello da migliaia di visualizzazioni, non faccio altro che prepararmi al fallimento. Ovvero, mandare a morire il blog d’inedia e lasciare in me un amaro senso di sconfitta.

Il presente, lo dice la parola stessa, non è durevole. Immaginare tal quale il qui e ora proiettato nel futuro, solo perché ci appaga, è come guidare di notte a fari spenti. Se siamo fortunati, potremo schivare qualche ostacolo, ma prima o poi sarà inevitabile che andremo a sbattere. È colpa della strada o nostra che siamo stati così poco avveduti?

Scoprire il motivo autentico per cui ci innamoriamo o, con meno tensione emotiva, perché scriviamo sul nostro blog, è la chiave di volta che ci fa sentire di avere una direzione. Lo scopo è senz’altro la destinazione, ma sono soprattutto gli imprevisti del viaggio a dare significato al piacere di farlo.

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Perché non riusciamo a portare a termine gran parte delle faccende che intraprendiamo? Spesso, la mancanza di tempo è solo un alibi.
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Sergio Gridelli Blog
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