Esperto, maddechè?

Penso di averlo scritto e detto almeno un milione di volte: l’appellativo “esperto” non mi piace per niente. Le cose le sai o non le sai, e se le sai avrai sicuramente avuto modo e maniera di certificarle con un qualche riconoscimento (diploma, laurea, open badge).

Ora, va detto che non basta il proverbiale “pezzo di carta” per attestare la padronanza di una o più materie, ma è indubitabile che ci passi una bella differenza fra dirsi esperto di ponti e prendere una laurea in ingegneria.

Un’altra cosa ancora è l’esperienza, ovvero tutto quello che nel corso degli anni va a confortare, dimostrare e applicare i fondamentali della teoria. Un processo che non potrà mai giungere a un traguardo, perché ci sarà sempre un modo diverso – e a volte migliore – di fare le stesse cose.

Per questo motivo, la definizione di esperto, che nel luogo comune strizza l’occhio a una presunta summa definitiva di saperi globali, va in cortocircuito con il significato stesso di conoscenza. Cioè, un apprendimento costante che ci accompagna per tutta la vita.

Il sapere di scopo

Posto che davvero esperti di qualcosa non si diventa mai, al di là della stessa autenticazione formale, resta da stabilire quanto ragionevolmente bravi possiamo diventare in relazione a un argomento specifico.

Per esempio, posso conoscere alcuni principi di programmazione, appena sufficienti per gestire in autonomia un sito web (il mio scopo), ma se quest’ambito dovesse diventare la mia occupazione principale, lo capirebbe anche un bambino che tali rudimenti non basterebbero più.

Quindi, la transizione che esclude completamente l’aggettivo “esperto” va da “sono del tutto incompetente” a “so fare ciò che è funzionale al mio scopo”.

Le abilità decostruite

Se ci pensiamo bene, qualsiasi abilità non è altro che il risultato di tantissime piccole abilità. Fissato lo scopo, il passo successivo è identificare le competenze (le sub-abilità) che ci potranno fornire il massimo vantaggio.

Da oltre un secolo, ci accompagna il precetto 80-20 di Pareto. Un proporzione che viene adottata negli ambiti più disparati (non mi stupirebbe se qualcuno la teorizzasse anche per i biscotti da inzuppare nel caffellatte), trova palesi motivi di concretezza anche nell’apprendimento.

Se l’obiettivo è quello di riuscire a modificare il foglio di stile che “veste” il mio blog, probabilmente con un po’ di studio potrei centrare il risultato.

Sono diventato un “esperto” di WordPress? Ma nemmeno lontanamente, ho solo “distillato” un’abilità (il 20%) che risolve un problema (l’80%), e per me, in questo momento, è più che sufficiente.

Il sapere? Quanto basta

A conforto della tesi secondo cui non possiamo mai dirci esperti di nulla, occorre considerare il fatto che qualsiasi abilità (con tutto il corollario dei suoi sotto-insiemi) è sempre funzionale a un obiettivo personale e, pertanto, sempre orientata dalla soggettività. Quindi, ben distante dall’aurea di onnicomprensività che si vorrebbe attribuire al cosiddetto esperto.

In sostanza, apprendiamo sempre in ragione dei nostri obiettivi che, inevitabilmente, sono la risultante del nostro tempo, dell’utilità che cerchiamo, della pratica che sperimentiamo.

Ma c’è dell’altro

La definizione di “esperto” trova un limite invalicabile che non è, come si potrebbe supporre, di natura intellettuale, ma squisitamente emotiva.

Per quanto ci possa appassionare un tema – per questo ci buttiamo a capofitto nel suo approfondimento – e fatte salve le capacità individuali di apprendimento, arriva sempre un ostacolo.

Una specie di confine che, è vero, possiamo sempre spostare un po’ più in là, ma per un tempo pressoché incommensurabile. Perché tutto dipende dalle nostre scelte che, fino a prova contraria, tendono all’infinito. E la volontà di imparare è una scelta.

Sommario
Esperto, maddechè?
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Esperto, maddechè?
Descrizione
Si fa presto a definirsi esperti di qualcosa, ma siamo sicuri che sia l'appellativo giusto? Il sapere è sempre parziale e dipende dagli obiettivi personali.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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2 risposte a “Esperto, maddechè?”

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