La formazione obbligatoria a distanza e la necessità della verifica dell’apprendimento

La formazione aziendale sta andando incontro a una delle sue più grandi trasformazioni. I corsi in remoto sono destinati a rimanere e a diventare la modalità predefinita di somministrazione delle varie nozioni professionalizzanti. Si pensi solo ai vantaggi economici che questo comporta: nessun viaggio di spostamento, ottimizzazione dei tempi, utilizzo di tecnologie in larga parte già presenti.

Mentre per i cosiddetti “corsi a mercato” si presume ci sia un (forte) interesse da parte degli iscritti, non si può dire altrettanto per la formazione obbligatoria che, come fa maldestramente intuire il nome stesso, si presenta già nei termini espliciti di una costrizione. Una perdita di tempo, insomma.

E se cominciassimo proprio dal nome? Si tratterebbe di un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità (del settore formativo). Senza bisogno di andare sulla luna, sarebbe già un’ottima cosa riconsiderare le parole (sono importanti, Moretti docet) e spazzare via quel termine “obbligatoria” per far posto a qualcosa di meno inquietante. Ad esempio: formazione al sapere, al saper fare, al saper essere.

La formazione in modalità virtuale non è la faccia oscura (e approssimativa) di quella fisica, ma richiede di essere ridisegnata ex-novo per farla aderire al nuovo contesto. Per fare ciò, servono necessariamente (e urgentemente) delle nuove regole.

Webcam sempre accesa

Nella formazione a distanza c’è un problema di “umanizzazione della stanza”. Date le caratteristiche tecniche delle piattaforme di videocall, occorre andare oltre a ciò che succede durante una telefonata dove non sapremo mai se il nostro interlocutore alza gli occhi al cielo per insofferenza, scuote la testa per disapprovazione, fa delle smorfie per esasperazione.

Solo il vedersi faccia-a-faccia può ricreare i feedback dell’aula. Lo so, l’attuale larghezza di banda pone ancora dei limiti alla possibilità di avere tutti i video in sincrono, pena il freezy della comunicazione, ma fra un po’ di tempo non potrà più essere un alibi. Chi si ricorda più della scusa “non c’era campo” per non farsi trovare?

Il tempo è una risorsa preziosa

La durata temporale della formazione online non può essere una replica di quella offline. Se già era difficile mantenere un tasso di attenzione accettabile per quattro ore filate dentro uno spazio fisico, davanti a uno schermo è assurdo solo pensarlo.

Il tema del “monte ore”, obbligatorio anche questo (sic!), richiede una revisione radicale. L’unità di misura dell’apprendimento non è il tempo, ma la qualità delle conoscenze apprese.

È necessario uscire dalla falsa credenza che a più ore corrisponda un maggior sapere, perché pur di rispettare i palinsesti temporali, molto spesso tutti abbiamo finito per “allungare il brodo”.

Insomma, come diceva mia nonna, è un po’ come mangiare la minestra sotto la pioggia. Nel senso che qualsiasi argomento si può non farlo finire mai.

Ottimizzando le tecniche di insegnamento, anche grazie ai tanti strumenti digitali (test online, gamification, interazioni simultanee), i moduli formativi si possono, come minimo, ridurre temporalmente della metà.

Un patto etico

Docente e corsisti devono avvertire il senso di responsabilità di essere un “corpo unico”. Ciò non può avvenire se fra i due livelli c’è un disequilibrio sul piano delle regole del gioco.

Assunto che il formatore conosca gli argomenti da trattare, i punti chiave della lezione devono essere resi noti preventivamente ai discenti con l’invito a preparare domande e commenti.

Su questo aspetto occorre la massima chiarezza: non avere un’opinione sul tema oggetto della formazione costituisce una violazione etica. Ciò non significa arrivare al corso “completamente studiati”, ma (semplicemente) con la cognizione di ciò che succederà.

Del resto, il non-sapere è già di per sé la porta d’ingresso alla curiosità del sapere. Solo così è possibile (ri)dare dignità alla conoscenza, ancorché imposta dalle normative sull’apprendistato.

I computer connettono persone

Se l’interazione fisica facilita lo scambio relazionale, non si può dire altrettanto di quella digitale. Normalmente, si accende il computer all’ultimo minuto e “pronti via”.

Davanti (e non dietro) alla tecnologia ci sono delle persone che vanno messe a proprio agio. Il modo più semplice (e banale) per farlo è quello di consentire loro di presentarsi. Un minuto per dire nome e cognome, cosa fanno e, soprattutto, cosa pensano di saper fare.

Il problem solving collaborativo

Da sempre, le sfide creano partecipazione e interesse. Si può partire da un caso pratico inerente l’argomento formativo (un problema lavorativo, un modo diverso di fare le cose, il superamento di determinate routine), dividersi in gruppi (la chat è lì apposta) e “mettere sul tavolo” le possibili soluzioni.

Il problem solving è facilmente gestibile anche negli ambienti digitali. Anzi, è ancora più efficace perché può sfruttare tutti gli “attrezzi” della rete (ricerca, analisi, report).

Se non lo faresti nell’aula fisica, non farlo in quella virtuale

Nessuno si sognerebbe di girovagare fra i banchi mentre il docente espone la sua lezione, allo stesso modo il “divieto” di multitasking (telefonare, controllare le mail o la timeline del proprio social, gingillarsi con Netflix) nelle stanze digitali diventa sostanzialmente una questione di civiltà e, mi si passi l’espressione “antica”, di buona educazione.

Questo è un caso lampante in cui il virtuale e il reale coincidono. Quello che ti farebbe vergognare come un cane se lo facessi “dal vivo”, non farlo nemmeno quando sei “protetto” da uno schermo.

Il minimo comune denominatore della formazione online è che tutti siano mentalmente presenti. Ecco perché è importante che le verifiche dell’apprendimento avvengano continuamente attraverso:

  • la richiesta esplicita di condividere suggestioni, pensieri, proposte
  • l’assegnazione di compiti a rotazione (ad esempio, il “controllore” della chat)
  • l’annotazione dei punti più controversi da discutere alla fine del corso

La macchinetta del caffè

Al termine delle sessioni offline, il distributore automatico delle bevande diventa il confessionale (o lo “sfogatoio”) in cui anche chi per tutto il tempo del corso non ha proferito una parola si “scatena” in giudizi più o meno taglienti.

Questo luogo mitico va ricostruito online 10-15 minuti prima del termine del corso. È il momento in cui aprire il confronto “informale” su cosa ha funzionato e cosa no, su eventuali aspetti frustranti, su cosa è piaciuto di più e, di contro, su ciò che si poteva evitare.

La formazione (obbligatoria) a distanza avrà successo se il primo insegnamento passerà attraverso l’educazione all’etica che, tradotto in maniera più esplicita, significa rispetto del tempo di tutti e presenza attiva.

Due ore (o anche meno) per modulo rappresentano il lievito essenziale perché tutto questo possa funzionare.

Sommario
La formazione obbligatoria a distanza e la necessità della verifica dell’apprendimento
Titolo
La formazione obbligatoria a distanza e la necessità della verifica dell’apprendimento
Descrizione
La formazione obbligatoria si è trasferita online, ma per funzionare ha bisogno di una revisione radicale. A cominciare dalla sua durata temporale.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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4 risposte a “La formazione obbligatoria a distanza e la necessità della verifica dell’apprendimento”

    1. Grazie Alessandra! C’è tutto un sistema che dovrebbe mettere in discussione l’ormai proverbiale “abbiamo sempre fatto così”, dalle istituzioni pubbliche agli istituti di formazione. Sono fiducioso, ma temo che non sarà una trasformazione rapida.

  1. Il problema più grande è accettare il cambiamento per chi ha appreso un mestiere in una scuola di un secolo passato: non solo il metodo o il tempo dell’apprendimento ma ciò che deve trasformarsi prima di tornare ad educare in un nuovo ecosistema digitale è l’approccio con una didattica innovativa di una classe educante che deve necessariamente rimettersi in gioco: occorrono nuovi strumenti anche per chi deve adeguarsi ad una ambiente che non conosceva

    1. Fabrizio, hai perfettamente ragione: l’ostacolo principale è sempre la resistenza al cambiamento (ci metto dentro anche una certa riluttanza a riformarsi come formatori). Come attenuanti “generiche” aggiungo che siamo ancora in una fase tutto sommato ibrida, dove i contenuti esistenti (quelli dell’aula in presenza) sono stati traghettati sic et simpliciter dentro il contenitore digitale, senza alcuna (ri)progettazione della didattica.
      Sono convinto che una nuova learning strategy possa maturare solo sotto l’impulso della curiosità di tutti (enti pubblici, istituti di formazione, formatori) per indagare più a fondo l’interattività strutturata e la gamification come strumenti di problem solving, senza dimenticare il censimento dei fabbisogni formativi che, evidentemente, non potranno essere (in larga parte) più gli stessi del tempo pre-covid.

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