La rivincita della comunicazione verbale

Chi, come il sottoscritto, vive soprattutto di “parole parlate”, ha dovuto riprogrammare il suo modo di comunicare con l’aula. La “nuova” formazione digitale ha fatto emergere tutta una serie di piccoli-grandi difetti lessicali che nello spazio fisico venivano mitigati, per così dire, dal linguaggio del corpo.

Con la quasi totale mancanza della comunicazione non-verbale e, in parte, anche di quella para-verbale, i nuovi paradigmi della formazione online hanno di fatto squadernato le risultanze degli studi di Albert Mehrabian.

Infatti, anche solo adottando un’interpretazione limitata alla contrapposizione fra simpatia e antipatia, va da sé che in un contesto tecnologicamente mediato, la componente verbale della comunicazione finisca per distanziarsi, in eccesso, da quel “misero” 7% tipico delle interazioni analogiche faccia-a-faccia.

Sono bastate queste prime settimane di “aula immateriale” per farmi capire quanto possa essere disfunzionale l’utilizzo di alcune parole in luogo di altre. Per meglio dire, in un sistema di comunicazione asincrono dove l’assenza istantanea del feedback è la principale dominante, certi schemi linguistici “automatici” rischiano di compromettere irreversibilmente la relazione docente-discente.

Le persone non vogliono essere aiutate, vogliono avere un confronto

Ci ho messo un bel po’ di tempo a comprendere come il mio “aiutare” a risolvere i test di apprendimento si trasformasse in realtà in uno schiaffo emotivo. Tutte le volte che dicevo “Se hai delle difficoltà, ti aiuto io” non facevo altro che dilatare il senso di impotenza dell’allievo.

Ora, la modalità che ho scelto è stata quella del confronto. Quindi, solo cambiando una parola, ho trasformato il senso di debolezza del discente (“Senza l’aiuto di qualcuno non ce la faccio”) in motivazione (“Ho bisogno di confrontarmi con qualcuno”).

Quando facciamo avvertire a una persona che le sue conoscenze sono una parte integrante della soluzione, ecco che la situazione cambia. A tutto beneficio dell’apprendimento e della migliore qualità del rapporto “a distanza”.

Nothing is impossible (lo so, l’ha già detto qualcuno)

Tutte le volte che proviamo a trasferire sic et simpliciter lo schema dell’aula analogica dentro quella digitale, ci rendiamo conto di andare a sbattere contro un muro (di bit e di pixel, of course).

Ecco allora che rinunciamo ad alcune attività, nativamente fisiche, nascondendoci dietro (o sotto) un rassicurante “È impossibile farle in videocall” (tutta fatica in meno). E se il problema fosse proprio l’aggettivo “impossibile”?

A pensarci bene, anche quando diciamo che non sappiamo nuotare, in realtà è la nostra mente che ci dice “È impossibile!”. In questo caso, abbiamo solo bisogno di qualcuno che sposti il nostro selettore cognitivo su “Posso farlo”.

Ovviamente, se pretendiamo di far svolgere online la prova pratica di spegnimento di un incendio, siamo fuori strada. Fra dire “È impossibile” e “Facciamolo in un altro modo” la differenza è abissale.

Non è mia intenzione ricreare una sorta di Second Life della formazione online, ma in questa fase, dove tutto va reinventato, perché non attingere a piene mani dal gaming? Non da oggi, i modelli di simulazione rappresentano un ottimo strumento per acquisire (abbastanza rapidamente) abilità che diversamente richiederebbero più tempo e maggiori risorse.

“Impossibile” implica quasi sempre la paura di fallire, mentre la sua semplice sostituzione con “vorrei” introduce l’elemento del desiderio che, già di per sé, è uno straordinario modo per pensare positivo. Di conseguenza, i pensieri piacevoli ci costringeranno ad agire e a migliorarci continuamente per raggiungere gli obiettivi desiderati.

Il “però” limitante

Fateci caso, le persone che hanno un problema per ogni soluzione, spesso fanno largo uso di “però”. Un esempio? Eccolo: “È funzionale ridurre l’orario delle sessioni dei corsi online, però le normative non lo prevedono”.

Senza che ce ne accorgiamo, trasformiamo una dichiarazione neutra nella sua corrispondente negativa. In realtà, vogliamo entrambe le cose (ridurre l’orario e rispettare le normative), ma il “però” appiattisce negativamente l’intera frase.

La soluzione? Sostituire il “però” con la “e”. Così facendo, le due affermazioni si legano, anziché elidersi. In sostanza, ci prepariamo a “un’apertura” e, come sappiamo, ciò è propedeutico per gestire entrambe le parti della frase. Grazie a questa piccolissima congiunzione ci troviamo subito nella condizione di analizzare la questione, senza arrenderci prima ancora di cominciare.

“Volere” è sempre meglio di “dovere”

Grattiamo appena sotto la superficie di tutte le cose che ci sono capitate nella nostra vita. Fatto? Direbbe il buon Muciaccia. Cosa abbiamo scoperto? I fatti, anche quelli spiacevoli, sono sempre il risultato delle nostre scelte.

Aggiungiamo un altro tassello. Le situazioni che non sopportiamo sono prevalentemente quelle generate dal “devo fare”, ovvero un peso per il nostro cervello che, inevitabilmente, “dobbiamo” comunque sostenere.

È sempre una questione di interruttori cerebrali alimentati dal senso che attribuiamo alle parole. Il “miracolo” lo compie la sostituzione di “devo” con “voglio”. I contesti restano inalterati, tuttavia cambia in maniera consistente il nostro modo di “vederli”.

Perché volere una cosa è già un pezzo di futuro che si avvicina a ciò che desideriamo diventare.

Sommario
La rivincita della comunicazione verbale
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La rivincita della comunicazione verbale
Descrizione
Le situazioni vengono quasi sempre determinate dalle nostre scelte. Tuttavia, scegliendo con cura le parole, possiamo trasformare i risultati.
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Sergio Gridelli Blog
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