Siamo coach o caporali?

Mi sono sempre chiesto che effetto producono i titoli con cui le persone ci appellano. Per esempio, ce n’è uno che proprio non sopporto, ed è quello di esperto. Ovviamente, declinato in tutte le sue varianti: esperto di comunicazione (perché gli esseri umani non comunicano?), esperto di social media (perché ci passi molto tempo?), esperto di cyberbullismo (per il fatto che spari in rapida sequenza parole come sexting, vamping, hating e via dicendo?), per finire con esperto motivazionale. Tombola!

Forse, dipende dalla vaghezza dei contorni di un mestiere come quello del formatore aziendale (o coach motivazionale?) che, per l’ampio spettro degli argomenti che tratta, è difficile da inquadrare con un’etichetta onnicomprensiva.

Ora, passi che siano gli altri a chiamarci esperti (comunque, non mi piace uguale), ma diventa stucchevole quando siamo noi stessi a definirci in questa maniera. Esperto? Le cose le sai o non le sai. Per meglio dire, devi essere in grado di dimostrarlo con i tuoi titoli, i risultati conseguiti negli anni, i fatti che validano il tuo insegnamento, ovvero trasferisci delle nozioni che tu stesso hai già sperimentato in prima persona.

Non basta l’esperienza?

Certo, l’esperienza è importante. Tuttavia, pilota esperto (quante ore ha volato?), chirurgo esperto (quanti interventi ha fatto?), muratore esperto (quante case ha costruito?) sono tutte aggettivazioni vuote che non aggiungono nulla, se non un vago riferimento al fatto che non hanno iniziato ieri a svolgere quella specifica professione.

Insomma, la parola esperto mi fa pensare al cuoco che, di punto in bianco, decide di farsi chiamare chef, continuando, peraltro, a cucinare i piatti che ha sempre fatto.

In tutto questo, c’è sicuramente un alto tasso di luogocomunismo (esperto in un argomento particolare è sicuramente più facile da far comprendere rispetto a Philosophiæ Doctor di quella stessa tematica), ma con la “democratizzazione digitale” della diffusione delle informazioni chiunque, a torto o a ragione, può dirsi esperto di qualcosa.

Per tale motivo, non è raro imbattersi in confronti (sulla rete e, ahinoi, anche in televisione) fra il professore con svariati anni di insegnamento accademico e “l’esperto laureato all’università della vita”, dove si disquisisce di vaccini, scie chimiche, terre piatte e complottismi vari.

Come tutti sanno, leggere un libro o studiare un libro non è la stessa cosa. Ci passa una differenza abissale, come quella che esiste fra l’autodidatta (per carità, pure bravo) e il laureato. Non perché la laurea rappresenti di per sé una “patente di intelligenza”, ma per la logica deduzione che un percorso di studi strutturato richiede tutta una serie di condizioni aggiuntive: la determinazione a raggiungere un obiettivo in un tempo prefissato, la costanza dell’impegno, la dimostrazione (valutata) del proprio sapere.

Il senso del limite

Non vorrei semplificare troppo, ma nella “disputa” fra esperto e graduato (mi si passi l’inglesismo) ritengo esserci una qualche connessione con il senso del limite.

Vedo nell’esperto (specie in quello che si autoproclama tale) una sorta di mentalità fissa che lo porta a circoscrivere il suo raggio di conoscenze, ancorché non certificate. Mentre, con tutte le varianze del caso, chi vanta un percorso formale di studi acquisisce ciò che io chiamo la mentalità del miglioramento continuo. Una propensione (quasi “famelica”) ad acquisire sempre nuovi saperi.

In questo senso, l’esperto di coaching è sostanzialmente un caporale che fa della fortuna la sua bussola per incrociare relazioni, mentre il coach (e basta) è un Seneca convinto che “la fortuna è ciò che accade quando la preparazione incontra l’opportunità”.

Sommario
Siamo coach o caporali?
Titolo
Siamo coach o caporali?
Descrizione
L'esperienza è fondamentale, ma da sola non è sufficiente per dirsi "esperto". I titoli, i risultati, i fatti raccontano molto di più.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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