Le cose che ho imparato insegnando

È stato un anno bellissimo. Lo so, con un pizzico d’azzardo l’aveva previsto già qualcun altro, ma nel mio caso è andata proprio così.

In questi mesi, mi sono trovato di fronte aule di manager di tutti i tipi, di apprendisti negli ambiti lavorativi più disparati, di studenti giovani e giovanissimi. In primo piano ci sono state le tecniche e le esperienze, e la domanda apparentemente ovvia e banale mi è servita come prezioso motivo d’arricchimento, tuttavia le competenze nelle relazioni interpersonali hanno rappresentato il terreno di confronto più proficuo per la mia crescita professionale e personale.

Un tempo si sarebbe detto “il modo di fare”, oggi le appelliamo “soft skill”, non senza qualche incertezza sul loro effettivo perimetro. Fatto sta che le abilità trasversali mi hanno messo alla prova ogni qualvolta la situazione rischiava di sfuggirmi di mano, oppure nei momenti in cui percepivo che il coinvolgimento andava scemando.

Il rispetto

È un attimo prendersi eccessivamente sul serio. Nella formazione a una via, tutto ciò si traduce nel celebre proclama del Marchese del GrilloMa io so’ io… e voi non siete un c…”. Scendere dal piedistallo e fare un passo indietro ha un impatto notevolissimo sul modo in cui ci vedono gli altri e, soprattutto, sulla nostra credibilità.

Cos’è il rispetto? Attendere che le persone finiscano di parlare (a nessuno fa piacere venire interrotto, a maggior ragione se quella domanda la stava rimuginando nella sua mente da una decina di minuti), ringraziare sempre per aver condiviso un’idea (non esistono contributi di serie A e di serie B, tutti sono l’espressione di un interesse), arrivare puntuali al corso (l’ho messo per ultimo, ma il rispetto inizia proprio con questo tipo attenzione).

L’interesse

C’è un tipo d’imbarazzo che almeno una volta (ma sono sicuro, più di una volta) ci ha letteralmente lasciati di sale. È quello che deriva dal non ricordarsi il nome di qualcuno.

Ciò si verifica perché dedichiamo più tempo al nostro apparire a discapito dell’interesse per le altre persone. In sostanza, abbiamo orecchie solo per noi.

Tutti presi dalla nostra performance (non solo quando siamo sul palco) ci “dimentichiamo” di ascoltare. Ci sfuggono così i segnali non verbali, quelli mentali e, di conseguenza, anche quelli emotivi.

In questa modalità “sorda” non ci premuriamo di capire, ma solo di rispondere. Al contrario, una frase piccolissima come “Raccontami di più su questa storia” ha il potere di farci connettere agli altri e di arrivare al loro cuore. Ecco cos’è l’interesse.

Saper ascoltare le altre persone è il presupposto per il (nostro e loro) coinvolgimento emotivo. In realtà, non siamo quasi mai realmente interessati alla conseguente risposta (anche questa spesso stereotipata) rispetto a un nostro “Come va?”. A domande generiche (da cliché) corrispondono risposte generiche.

Per questo motivo, ho imparato a porre quesiti più di profondità come, ad esempio, “Ti trovi a tuo agio in questo corso?”, “Hai un sogno da realizzare nelle prossime settimane?”, “Come ti immagini fra un anno? E fra cinque?”.

L’imprevidibilità

Il nostro cervello è follemente innamorato della comfort zone. La stabilità e la prevedibilità ci danno sicurezza, ma ci tengono bloccati in modalità “ostaggio di noi stessi”.

Sia chiaro, ciò non è un male assoluto. Tuttavia, la vera libertà è quella che ci spinge oltre le (illogiche) consuetudini, le (presunte) sicurezze, le (contingenti) circostanze. Il prezzo della libertà è l’incertezza.

In poche parole, ci fa più paura il pensiero di perdere qualcosa in confronto alla possibilità di guadagnare qualcosa. L’immediatezza di questo stato di cose è l’irrazionalità che finisce per deformare la realtà (secondo lo psicologo israeliano Danny Kahneman, di almeno il doppio rispetto a un atteggiamento più riflessivo).

Il nostro agire è prevalentemente dettato dal cosiddetto Sistema 1 della mente (chiamato in causa nel 98% delle decisioni) che è istintivo e veloce, mentre al Sistema 2 (lento e ponderato) lasciamo letteralmente le briciole.

Il trucco nascosto (anche a noi stessi) del Sistema 1 è la rapidità che, ovviamente, sfrutta gli assetti della semplificazione. E quest’ultima non può che partire dalle condizioni di stabilità già cristallizzate nel nostro cervello.

Se da un lato, tutto ciò si conforma al minor dispendio energetico, dall’altro è impossibile non incappare in degli errori di valutazione. Nei casi più estremi, le stesse forme di dipendenza (e fra queste non escluderei la depressione) danno in qualche modo sicurezza (comfort zone) perché sono per l’appunto prevedibili.

L’incertezza ci mette paura perché il cervello non può prevedere i risultati. Di conseguenza, il Sistema 1 ci fa evitare le cose che non conosciamo.

Per questo motivo, la cosa più potente che ho imparato quest’anno è stata quella di convincermi che, più spesso di quanto io stesso potessi supporre, la paura esiste solo come proiezione (raramente accurata) nel futuro.

Così, ho accettato di fare corsi a margine delle mie competenze consolidate (comfort zone). Un tempo (per pigrizia e per paura) ci avrei rinunciato, oggi ho imparato a fare cose che non avrei mai appreso.

Sommario
Le cose che ho imparato insegnando
Titolo
Le cose che ho imparato insegnando
Descrizione
Chi insegna può dirsi certo di aver fatto una buona cosa se anche lui ha imparato cose nuove. Ecco ciò che mi ha insegnato questo anno di formazione.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
Logo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *