Formazione, il bilancio di fine giornata

Il miglioramento delle nostre prestazioni professionali non può prescindere dall’insoddisfazione. Attenzione, non sto dicendo di stare perennemente in “modalità lamento”, mi riferisco semplicemente alla valutazione di tutto ciò che possiamo fare meglio. Anche quando siamo convinti di aver dato e fatto il massimo (e chi l’ha detto?).

Ogni speech è portatore (più o meno sano) di insoddisfazione. Può dipendere dall’atteggiamento del pubblico (ostile o collaborativo), dalla strumentazione tecnica che non rende giustizia alle nostre slide (leggasi proiettori che vanno a carbonella) e, non da ultimo, dal nostro stato d’animo (non tutti i giorni sono uguali).

L’errore che spesso facciamo, quando analizziamo con senso critico una nostra presentazione, è quello della semplificazione: “è andata bene” oppure “ho fatto schifo”. Si tratta delle stesse categorie generalizzanti che utilizziamo nella quotidianità, quando ci convinciamo dell’esistenza di una sorta di interruttore con due sole posizioni: “è stata una buona giornata”, “è stata una giornata da dimenticare”.

Siccome siamo più portati a riflettere su ciò che è andato storto, ecco che ritornano gli opposti “buono-cattivo” come polarizzatori esclusivi della scena. Nella realtà delle cose, c’è sempre qualcosa di positivo nei “disastri” (l’esperienza si nasconde proprio lì dentro) e non mancano mai i presupposti per migliorare nelle situazioni che noi definiamo soddisfacenti (mio nonno diceva che “il meglio non è mai morto”).

Il processo di autovalutazione “sì/no” ci fa dimenticare come la nostra professione sia fluida (del resto, anche la vita lo è) e in continuo scorrimento. In un momento dello speech possiamo essere al massimo e in quello successivo molto meno, a volte vinciamo la sfida e in altre occasioni no, infine ci può capitare di abbandonarci a un tempo “automatico” e, con la stessa frequenza, perdere tempo prezioso.

L’irregolarità domina i nostri risultati

La soddisfazione acritica per una buona prestazione (modalità “sì”) ci fa mettere su uno sfondo mimetico la presa in considerazione di una prospettiva differente che, a sua volta, potrebbe condurci su una traiettoria diversa e, di conseguenza, a un risultato inedito, ancorché di nuovo soddisfacente.

Tuttavia, non lo possiamo sapere fino a quando con la riflessione non mettiamo in discussione anche ciò che noi stessi “vediamo” attraverso le (mentite) spoglie del successo.

L’irregolarità (la deviazione dalla norma consolidata) è la cifra costante delle nostre relazioni professionali e di vita.

Per molto tempo ho mal sopportato il “vezzo” di parecchi cantautori nel voler reinterpretare i loro successi mediante nuovi registri musicali. Mi sembravano degli atti ingenerosi nei confronti del loro affezionato pubblico abituato, per così dire, a sonorità collaudate.

Poi, mi sono accorto che io stesso opero nella stessa maniera. Nonostante faccia dei corsi (collaudati) che propongo da anni, tutte le volte cambio qualche slide (normalmente è quasi sempre un lavoro di sottrazione), rivedo l’attacco iniziale, ci metto dentro un episodio che mi è capitato quel giorno stesso.

Per fortuna, noi esseri umani non siamo dei treni obbligati su dei binari e quindi destinati a raggiungere sempre la stessa stazione.

Assomigliamo maggiormente all’acqua di un fiume. A volte scorriamo dentro gli argini, altre volte esondiamo in mille direzioni. L’esito dipende sempre da una miriade di fattori, spesso indipendenti da noi e dalla regolarità (presunta) dei nostri successi.

Per questo motivo, l’irregolarità è la prova continua cui siamo sottoposti ogni giorno. Accettarla è la più grande occasione che abbiamo per sistemare o migliorare le cose, comprese quelle buone.

Sommario
Formazione, il bilancio di fine giornata
Titolo
Formazione, il bilancio di fine giornata
Descrizione
Il lavoro può andare bene o male. Normalmente, ci concentriamo maggiormente sulle cose storte. Tuttavia, anche quelle buone si possono sempre migliorare.
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Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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