L’origine dell’insuccesso personale

Cosa sarà che fa crescere gli alberi la felicità, che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento…” è l’inizio di una delle più belle canzoni che ci ha lasciato Lucio Dalla. Mi ritorna in mente (questo però è un altro Lucio) tutte le volte che sento i discorsi “spenti” di coloro che hanno ancora tutta una vita (anche professionale) davanti.

Certo, l’attuale congiuntura economica non è di grande stimolo, ma mi sono accorto che più delle analisi sui “massimi sistemi”, l’atteggiamento pessimistico di gran parte dei giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro (li vedo e li ascolto nei corsi di formazione per apprendisti) fa perno sulle loro rappresentazioni esistenziali.

Mi riferisco a quella che un tempo veniva chiamata la “visione del mondo”, da cui poi derivava tutto il corollario delle azioni/reazioni individuali. In questo senso, con le opportune sfumature in base al grado di istruzione, colgo con una frequenza disarmante la ripetizione di canoni sempre identici.

Il lamento

Lagnarsi per qualcosa è la contromisura naturale che adottiamo quando abbiamo bisogno di “sfiatare” per non esplodere. È altrettanto ovvio come questo atteggiamento dia un “sollievo” di breve durata e non sposti il problema di un solo millimetro verso la soluzione.

Il lamento continuo ci fa diventare delle vittime, e a lungo andare ci convinciamo che tutto trami contro di noi. Così il “non c’è nulla che mi faccia contento” diventa la cifra negativa e indelebile della nostra zona di comfort.

Invece, quando prendiamo in mano la situazione e agiamo con tutta la nostra convinzione di fronte alle avversità, ecco che ci trasformiamo in dei guerrieri. “Un guerriero si comporta come se non fosse successo nulla”, dice Carlos Castañeda ne L’isola del Tonal, e proprio per questo può permettersi di accettare ogni cosa per quello che è, ovvero un valore che gli attribuiamo noi.

Il rammarico

A vent’anni, ma anche a sessanta o ottanta, non c’è errore che non possa essere in qualche modo raddrizzato. Il loop infinito dei “se solo avessi fatto altri studi…”, “se non avessi fatto quella scelta…”, “se avessi rischiato un po’ di più…” si trasforma in un inutile piagnisteo sul passato che non ci fa concentrare sul presente e sul futuro. In questo modo, giorno dopo giorno, passano gli anni e i decenni. Il momento migliore per cambiare rotta è oggi.

Tutti facciamo degli errori nella nostra vita e, allo stesso modo, ci incamminiamo su percorsi non esattamente lineari, ma chi punta al proprio successo (non è una questione di soldi, ma più squisitamente di auto-realizzazione) trasforma tutti gli “incidenti di percorso” in altrettante lezioni per crescere.

La negatività

Vedere costantemente tutto nero è il modo più sicuro per fare del male a noi stessi e a quelli che ci stanno vicino. Più ripetiamo nella nostra testa che le cose vanno male e più ci convinciamo che sia esattamente così. Il cervello è una “macchina” incredibile che tuttavia non distingue la realtà (s)oggettiva dalla vivida immaginazione.

Un atteggiamento negativo esaspera anche la più piccola delle disfunzioni mettendo sullo sfondo tutta la stragrande teoria delle cose che invece vanno bene. Quando invertiamo il verso del dialogo interiore (lo decidiamo noi e solo noi) ecco che come per magia passiamo da “nulla funziona” a “tutto potrebbe funzionare meglio e dipende da me”.

Il paragone

Quando siamo insoddisfatti della nostra vita pensiamo (male) che ci piacerebbe vivere quella degli altri. Il confronto continuo con la “bella vita” delle altre persone rispetto alla nostra “miseria” si trasforma in una pericolosissima forma di dipendenza.

Facciamocene una ragione, ci sarà sempre qualcuno che saprà fare meglio di noi il nostro lavoro, che avrà una casa (o una famiglia) migliore della nostra, che ha avuto la “fortuna” di studiare di più.

Se non cominciamo a dare valore a ciò che siamo (e a ciò che potremmo diventare) vivremo perennemente con la convinzione che ci manchi sempre qualcosa. E quando siamo esclusivamente concentrati sulla mancanza ci farà sempre compagnia l’insoddisfazione.

L’approvazione

Siamo umani e ci piace quando le altre persone ci elogiano. Tuttavia, non prodighiamoci nell’errore di fare ogni cosa in funzione dell’apprezzamento altrui.

Accettiamo i complimenti con sincerità e umiltà, ma prendiamo l’abitudine di trovare l’approvazione dentro di noi. Solo così possiamo essere certi che la spinta vitale della curiosità non ci abbandonerà mai.

La colpa

Quando si verifica un danno al lavoro (e non solo), la prima cosa che facciamo è cercare il colpevole. In questo modo, rimaniamo concentrati sul guaio e non sulla soluzione.

Quando questa diventa l’unica modalità, da un lato distruggiamo le relazioni professionali con gli altri e, dall’altro, mandiamo a farsi benedire la nostra stessa autostima.

Detto più semplicemente, prima troviamo un modo per risolvere la situazione, poi, in un secondo momento, cerchiamo di capire con il fautore o con noi stessi cosa poteva essere fatto per evitare la sventura. La colpa non è mai la soluzione, mentre un problema risolto una volta non è più un problema qualora si ripresentasse.

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L’origine dell’insuccesso personale
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L’origine dell’insuccesso personale
Descrizione
Il mondo è di fatto la rappresentazione che ne facciamo. Il successo o l'insuccesso personale, in fondo, sono solo due modalità di vedere la realtà.
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Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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