Perché dovremmo assumere proprio lei?

Se c’è una situazione dove il cosiddetto personal branding mette in mostra tutta la sua efficacia è di certo il colloquio di lavoro. Sì, quella roba che spesso si conclude con il fatidico “le faremo sapere” che già sappiamo essere sinonimo di “aspetta e spera”.

La madre di tutte le delusioni è per molti versi la più banale, ma al tempo stesso la meno presa in considerazione. Di fatto, quando ci “mettiamo in gioco” per una determinata posizione, sappiamo pochissimo dell’azienda che potenzialmente potrebbe assumerci: non abbiamo mai visitato il suo sito web, ignoriamo la sua mission e, soprattutto, non possediamo la benché minima idea di come le nostre esperienze si possano coniugare con gli obiettivi di quell’organizzazione.

Pertanto, il primo consiglio è quello di evitare di inviare candidature fotocopia a destra e a manca, ma di fare una cernita preventiva delle offerte di lavoro e di acquisire più informazioni possibili sulle aziende proponenti.

Siamo pronti a sostenere un colloquio di lavoro?

Fatti salvi i fondamentali (non ci si presenta davanti al recruiter con i bermuda e le infradito e, sempre meglio ricordarlo, non gli si mastica il chewing gum in faccia), dobbiamo essere pronti a rispondere a tutta una serie di domande, per così dire, poco scontate.

Ci parli di lei

Come tutte le domande “aperte”, la risposta comporta non poche difficoltà. Il rischio principale è di farsi prendere la mano e di raccontare la storia del mondo (dal primo giorno di scuola materna fino a ciò che abbiamo mangiato a pranzo), annoiando così il selezionatore già dal primo minuto.

La risposta deve essere ragionevolmente breve e orientata a mettere ben in evidenza le esperienze, le conoscenze e le abilità che meglio si adattano al posto di lavoro in questione.

Come ha saputo di questa offerta di lavoro?

In questo caso, non rispondiamo a vanvera, ma cerchiamo di circostanziare il più possibile la replica: su internet (dove)? Sui giornali (quali)? Dalle affissioni (in quale posto)?

Ha mai utilizzato il nostro prodotto/servizio?

È evidente che se rispondiamo di no la strada si mette subito in salita. Al contrario, se siamo in grado di esporre la nostra esperienza d’uso del prodotto/servizio, non solo dimostriamo di conoscere l’azienda, ma siamo anche in grado di fornire dei feedback sulla sua attività (magari suggerendo dei miglioramenti).

Perché le interessa questo lavoro e perché dovremmo assumere proprio lei?

Il modo con cui rispondiamo a questa domanda ci distingue dagli altri candidati. Dimostrare di essere giusti per quella determinata posizione presuppone l’utilizzo di un lessico il più possibile affine a quello utilizzato nell’inserzione, la descrizione di un elenco di competenze che soddisfano i criteri della ricerca, la narrazione di una storia lavorativa che è stata in qualche modo propedeutica alla decisione di candidarci.

Parli di un suo fallimento

Evitare di dire che non abbiamo mai fallito, così come non fare i supereroi e incolpare un nostro collaboratore per quella volta che le cose sono andate storte. Teniamo sempre a mente che l’assunzione di responsabilità e, di conseguenza, anche l’insegnamento che deriva dagli errori compiuti, vengono annoverati fra i punti di forza di un professionista.

Per altro verso, avere piena consapevolezza delle proprie debolezze fa comprendere al selezionatore che, come minimo, ci stiamo lavorando per mitigarle. Anche solo per il fatto che siamo stati in grado di nominarle.

Quanto vorrebbe guadagnare?

Colti alla sprovvista, la prima cosa che ci viene in mente è di “sparare” una cifra al ribasso. Anche qui, per evitare di improvvisare, occorre aver fatto una ricerca preventiva sugli stipendi medi di quella specifica mansione.

Nel caso l’assumessimo, cosa farebbe nel primo mese?

Nessuna azienda si aspetta di trovare il “salvatore della patria” che in quattro e quattr’otto la porta ai vertici del mercato. Semplicemente, vuole capire (ancora una volta) quanto ne sappiamo di quell’organizzazione. Pertanto, coraggio e via: “Nei primi 30 giorni sarò come una spugna per assorbire il più possibile le dinamiche di questo nuovo lavoro, ma nello stesso tempo cercherò di far valere le mie esperienze qualora fossero utili all’avanzamento del settore/reparto cui sarò destinato”.

Ha qualche domanda da farci?

Evitiamo di dire “no nessuna, grazie” o, peggio, di fare scena muta. Avere due o tre colpi in canna è essenziale: “Quali sono le opportunità di crescita per il ruolo che state cercando di ricoprire?”, “Quali sono stati finora i maggiori ostacoli che ha incontrato l’azienda?” e per finire anche un po’ di sana “spregiudicatezza” non guasta “Dopo questo colloquio, quali saranno le vostre successive azioni? In che modo verrò informato dell’esito?”.

Poi ci sono le domande “assurde”, quelle che ci fanno assumere la faccia della mucca quando vede passare il treno:

  • Quanti uccelli ci sono in volo in questo momento sulla città?
  • Quanti sampietrini ci sono nella piazza del municipio?
  • Come spiegherebbe una bicicletta a una persona che non ne ha mai vista una?
  • Quanti auguri di buon compleanno si fanno ogni giorno su Facebook?
  • Quante palline da ping-pong si possono stivare dentro una Fiat Panda?

Ovviamente, i recruiter non vogliono sapere la risposta esatta (in fondo, qual è l’utilità?), ma sono interessati a capire in che modo ragioniamo.

Non siamo precipitosi. Quindi, facciamo un bel respiro e prendiamoci un po’ di tempo chiedendo di fornirci ulteriori indizi (es. “La Fiat Panda è vuota o ci sono già dei passeggeri dentro?”).

Dopodiché rendiamo comprensibile il processo mentale che abbiamo adottato e avanziamo delle possibili stime. La risposta non deve essere giusta (o precisa), deve essere solo (molto) convincente.

Sommario
Perché dovremmo assumere proprio lei?
Titolo
Perché dovremmo assumere proprio lei?
Descrizione
Il colloquio di lavoro è il primo banco di prova dove sfoggiare il nostro livello di personal branding. Prepararlo al meglio è fondamentale.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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