Cosa ho imparato dai commenti che facciamo sui social media

Presi dall’esasperazione, tutti almeno una volta abbiamo finito per dare ragione a Umberto Eco quando diceva che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”.

Per essere più precisi, il semiologo nella sua lectio magistralis del 2015 aveva in qualche modo fatto il verso alla metafora secondo cui i nuovi media digitali ci hanno trasformato in velocissime lepri tecnologiche, ma il nostro comportamento è rimasto quello di tartarughe dell’etica.

In sostanza, i limiti e i rischi del dialogo interpersonale attraverso media avanzatissimi non hanno travato la stessa misura di crescita nella qualità degli scambi che si esprimono dentro (e grazie) a quegli stessi mezzi.

Con le dovute e inevitabili eccezioni, la mia personalissima analisi mi porta a considerare come la causa principale dell’aggressività verbale online (che non di rado assume anche caratteri decisamente più fisici) sia da ricercarsi nell’immaturità emotiva dei “naviganti sociali”. Sia ben chiaro, e torno a dare ragione a Eco, si tratta di caratteri sempre esistiti, ma come conseguenza del mondo iperconnesso è aumentata a dismisura la loro portata.

Tutti al centro

Così come con l’avanzare della discussione diventa sempre più probabile che qualcuno paragoni qualcun altro a Hitler (legge di Godwin), ha lo stesso tasso di eventualità lo spostamento costante dell’attenzione verso se stessi.

Di per sé non sarebbe nemmeno un fatto negativo, anzi condividere le proprie esperienze su un terreno comune alza il livello dell’empatia. Tuttavia, la situazione degenera rapidamente quando l’attenzione si tramuta nel voler sempre dire l’ultima parola (ops, commento) a prescindere dalle domande e dalle risposte.

È il segnale di una non accettazione del dissenso. Ammetterlo significherebbe “perdere” e ciò diventa insopportabile perché ci farebbe sentire “inferiori” rispetto al nostro interlocutore.

Nessuna relazione, solo transazioni comunicative

Anche qui nulla di diverso fra ciò che succede online e gli atteggiamenti tenuti al di fuori della rete. L’attenzione non è più sulle idee, ma si sposta sulle persone.

Ecco che allora si linkano o si copia-incollano certi tipi di dichiarazioni (spesso senza nemmeno averle lette) solo perché le ha fatte una persona o, meglio, un personaggio in cui ci riconosciamo. Il messaggio che lanciamo è chiaro: “guarda, io sono (o voglio essere) come lui”. La fenomenologia subentra quando il nostro idolo (il livello ascetico deviato dell’influencer) fa annunci che oggettivamente ci danneggiano, ma noi li condividiamo a prescindere.

Il pessimismo imperante

L’ottimismo porta molti benefici alla nostra vita: è stimolante, è tranquillizzante, è entusiasmante. Certo, l’esistenza di ciascuno di noi è costellata di momenti felici e di circostanze tristi e far finta che l’oscurità non esista, in fondo impedisce anche di apprezzare appieno la luce.

Da qui all’essere perennemente scontenti di tutti e di tutto ce ne passa. Nella maggioranza dei commenti che si leggono sui social media lo spettro delle emozioni inizia e finisce col pessimismo. Quello cosmico, in confronto, è una passeggiata di salute.

Le esperienze umane sono segnate dall’incertezza, ma anziché vedere il bicchiere mezzo pieno sembra essere più agevole trovare un problema per ogni soluzione. Il passo successivo è far rilevare gli enormi difetti che hanno gli altri senza minimamente porsi il problema dei propri.

L’amicizia (solo) mediata è soggetta a sfaldarsi

Avere a disposizione il pulsante on/off (ti cancello, ti banno, ti segnalo) dà la cifra di “amicizie” fittizie e ben lontane dal significato di fratellanza che un simile termine suggerirebbe.

Nonostante le interazioni digitali tendano sempre più a sostituirsi a quelle faccia-a-faccia (anche quando queste ultime sarebbero spazialmente possibili), esiste una sorta di differenziazione nella protezione dei confini individuali.

La presenza online dilata il nostro esistere cognitivo e senza bisogno di diventare “leoni da tastiera” tout court approfittiamo di questo “luogo” per apparire in qualche modo superiori al nostro stesso io. In questo senso, è impossibile non vedere delle analogie con l’allegoria della caverna di Platone dove i giganti non sono altro che le ombre di loro stessi.

Stare sempre sopra al labirinto

Fin dai tempi del labirinto del Minotauro, sappiamo quanto sia difficile uscire da situazioni intricate. Tuttavia, quasi avessimo le proverbiali ali non ci esimiamo dal dispensare “infallibili” consigli (spesso non richiesti) a destra e a manca.

Salvo poi che quando tocca a noi trovare la via d’uscita, non solo non riusciamo a mettere insieme le piume con la cera, ma addirittura ci abbandoniamo alla più nera delle disperazioni.

Forse, la gestione emotiva dei commenti non sarà la palestra migliore, ma potrebbe già essere un buon inizio per vedere il mondo per quello che è. Ovvero, accettare la natura umana con tutte le sue debolezze e tutti suoi limiti.

Un po’ più di serena auto-critica rispetto a ciò che scriviamo (c’è sempre qualcosa che avremmo potuto evitare di mettere nero su bianco) ci fa incamminare lungo la salita per diventare delle persone migliori.

Sommario
Cosa ho imparato dai commenti che facciamo sui social media
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Cosa ho imparato dai commenti che facciamo sui social media
Descrizione
Stare dietro a uno schermo non è la stessa cosa che guardare negli occhi una persona. I commenti sui social rivelano tutta la nostra debolezza emotiva.
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Sergio Gridelli Blog
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