Quel (poco) che resta della comunicazione politica

Qualche decennio fa, il tempo dedicato alle campagne elettorali (che in questa parte d’Europa supera di gran lunga quello impiegato nell’azione governativa in senso lato) era denso di scambi dialettici con ancora ben visibile un impianto argomentativo classico. Insomma, la comunicazione politica la faceva da padrona.

Con le deformazioni tipiche delle rispettive appartenenze ideologiche (già, c’erano anche queste), si poteva cioè cogliere in quei dialoghi una “scuola”. A grandi linee la stessa che Cicerone, cento anni prima di Cristo, elencava nel suo De inventione (inventio, dispositio, elocutio, memoria, pronuntiatio).

Ora, nel tempo dell’istantaneità, sembra che tutto si sia ridotto a una sorta di elenco puntato (spesso sconnesso) dettato dall’ultimo sondaggio su questo o su quell’altro argomento. Non c’è più spazio per la coerenza fra pensiero e parole, fatta eccezione per quello che sembra essere la convergenza programmatica di ogni schieramento: il cittadino (in alcuni casi sostituito con “la ggente”) al centro. Al centro di che cosa resta sempre un mistero, visto anche lo scarto sempre più crescente fra le promesse e i caratteri di concretezza delle stesse.

In questi anni, la competenza necessaria per gestire la cosa pubblica ha pian piano lasciato il posto all’improvvisazione, sapientemente mascherata da purezza. Per dirla in altri termini, la conoscenza è diventata più sospetta dell’ignoranza.

Così abbiamo anche fatto il callo ai titoli accademici comprati o, addirittura, inventati di sana pianta, da parte di diversi candidati che devono giocoforza “certificare” il loro non avere e non sapere fare nulla (che oggi pare essere il requisito supremo per “mettersi in politica”).

Tuttavia, quello che più mi colpisce ogni volta che c’è una campagna elettorale “moderna” (compresa questa ultima) è la difficoltà a individuare un piano di comunicazione coerente fra la proposta e la capacità di raccontarla, sia sul piano meramente espositivo (il “vecchio” comizio) che su quello più formale (il “vecchio” volantino).

Dal cosa si dice al come lo si dice

Più che storie organiche si raccontano dei frammenti disarticolati, spesso corredati da slide che non fanno altro che peggiorare la situazione (già di per sé tragica).

Non pretendo che un aspirante politico debba anche essere un teorico della comunicazione, ma dovrebbe almeno sapere che alla base del convincere (con-vincere, vincere insieme) c’è una traiettoria logica:

  • questa è la situazione
  • immagina come sarebbe una volta risolto il problema
  • ecco come arrivarci

Puoi farmi vedere tutti i rendering del mondo, ma se non mi fai capire (mettendomici dentro) come quel progetto cambia la mia vita, hai solo perso il tuo (e il mio) tempo.

Un po’ di grafica ormai la fanno tutti, ma proprio tutti

I budget sempre più risicati (si dice) non sono un buon motivo perché tu candidato possa riempire la mia cassetta della posta con materiali (grafici?) da denuncia alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non commento gli equivalenti digitali che invadono i social per rispetto della dignità umana.

Una buona idea comunicata male è di fatto una cattiva idea. Non puoi raccontarmi “come fare più bella la città” se poi scrivi qual è con l’apostrofo. Capisco il “ce lo siamo fatti in casa per risparmiare”, ma forse ti sfugge che farò molta fatica a darti credito quando approverai l’arredo urbano del centro storico o il piano regolatore se non ti scompongono gli strafalcioni e i layout da mal di testa che mi hai propinato durante la campagna elettorale.

Il senso estetico e la correttezza formale sono alla base dell’ordine mentale. Compreso quello politico.

La fiducia è una cosa che si trasmette di persona

Se non in sparute circostanze, il contatto fisico con le persone sembra essere stato relegato a una sorta di stanca e, a volte, insofferente liturgia del “si è sempre fatto così”. Rientrano in questa categoria gli incontri dell’aspirante politico di turno con le varie associazioni di categoria e quelli nei quartieri, per finire in “bellezza” con la serata di chiusura a base di musica e porchetta.

Una vera e propria manna dal cielo per i “professionisti dei buffet” che, essendo completamente refrattari a qualsiasi schieramento, fanno il giro delle sette chiese e si sfamano per una settimana. In ogni caso, trattasi di un “magna magna”, per così dire, dalle conseguenze assai più limitate rispetto a quello per antonomasia.

Il livello di penetrazione della proposta politica si misura in like e condivisioni. Per quanto riguarda i commenti, questi non vengono quasi mai degnati di uno straccio di risposta (“con due like dove vuoi che vada?”).

Il video è il contenuto social a più alto tasso di metabolizzazione, allora perché non sostituire il faccia a faccia con una clip preconfezionata su misura nel chiuso della sede elettorale? Detto fatto, in quattro e quattr’otto ecco un’invasione di video-messaggi finti come l’oro del Giappone.

Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto

Venditti l’ha scritta e cantata in tempi non sospetti. Pur tuttavia, ancora oggi c’è una sottovalutazione (spesso una totale mancanza) dell’analisi dei dati, non solo di quelli big.

Senza bisogno di affidare incarichi professionali da decine di migliaia di euro, la rete mette già a disposizione una quantità impressionante di indagini, di rilevazioni in tempo reale, di valutazioni sulla metamorfosi degli stili di vita.

La politica, fra le altre cose, è anche l’arte di trasformare i numeri in soluzioni. Ovviamente, tutto ciò richiede uno sforzo di elaborazione, soprattutto nella sua traduzione comunicativa che deve essere alla portata di tutti. Le cose difficili sono solo quelle che vengono raccontate male.

La curiosità è l’altra riva della conoscenza

Se il level entry è “sono credibile perché non sono un politico” allora ecco raggiunto in un battibaleno il cortocircuito della comunicazione. Senza nemmeno troppo esagerare, è come se diceste “state tranquilli, non ho mai pilotato un aereo” e intanto prendete in mano la cloche.

Il sapere individuale (ammesso sempre che ci sia) oggi è imprescindibile dall’essere in grado di esporlo pubblicamente.

Per questa ragione, chi sceglie di “scendere in campo” deve essere prima di tutto curioso di come le persone si relazionano fra loro. La cosiddetta psicologia comportamentale è un modo per dare un’interpretazione ai meccanismi decisionali che, ça va sans dire, hanno la stessa consistenza dell’atto comunicativo.

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Quel (poco) che resta della comunicazione politica
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Quel (poco) che resta della comunicazione politica
Descrizione
La politica è la pratica concreta del dialogo. Tuttavia, molti candidati ignorano completamente le basi elementari della comunicazione.
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Sergio Gridelli Blog
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