E facciamolo virale!

Dobbiamo farlo diventare virale”. Chi si occupa di creare contenuti per il web e, in particolare per le piattaforme sociali, più volte al giorno sentirà ripetere questa sorta di litania.

Lo spettro della viralità digitale è molto ampio e a volte incomprensibile. Si va dai meme con immagini al limite della violazione dei diritti umani (nel senso del buongusto) ai video di una stupidità sconcertante. Poi, capita anche di incappare in un post banale (o addirittura frutto di un errore marchiano) ed ecco la magia.

Il “contagio”, almeno nei termini che conosciamo oggi, si fa risalire all’inizio del 2013 quando lo youtuber asiatico George “Joji” Miller posta un video comico di 35 secondi. Do The Harlem Shake, dopo poco più di un mese dalla pubblicazione, aveva già raggiunto il milione di visualizzazioni e dato origine a diverse migliaia di versioni differenti.

Nella “foresta” del web vince chi meglio si adatta al cambiamento. Sono tutti quelli che, per continuare la metafora, allungano il collo come le giraffe per poter brucare i germogli più alti, lasciando che la restante massa degli erbivori si divida il poco fogliame più in basso.

In fondo, si tratta di una selezione naturale che privilegia la semplicità, la concretezza, la credibilità, l’emozione (poteva mancare?) e tutto ciò che non ci si aspetta.

La semplicità

Less is more”, facile a dirsi, ma è molto più complicato riuscire a tradurlo in pratica. Senza bisogno di sciropparsi fiumi di teorie, sappiamo benissimo che maggiore è il numero delle informazioni e più è facile che ce le dimentichiamo.

Dire solo una cosa (vincendo la tentazione di far vedere “quanta ne sappiamo”) fa diminuire le distrazione e parallelamente fa aumentare il tasso di concentrazione. Un risultato che può essere rafforzato con il ricorso alle metafore. Dire di vendere buchi, e non trapani elettrici, commuta le informazioni (spesso ammantate di tecnicismi respingenti per la mente del potenziale cliente) nel nucleo (uno solo) che è al centro del bisogno di chi è intenzionato a fare quel tipo di acquisto.

Vendere buchi”, infine, apre nella mente una specie di “differenziale di curiosità” che spinge a saperne di più. Il gioco è fatto!

La concretezza

Chi sa gestire bene le parole comanda su chi le deve usare. Aggressivo? Provocatorio? Ingannevole? Non direi proprio.

Molto spesso seppelliamo il concetto chiave sotto una montagna di parole inutili. Con il pretesto di agghindare le frasi (dai, facciamo vedere che abbiamo una formazione scolastica di tutto rispetto) ci dimentichiamo del messaggio che vogliamo far arrivare.

Il nostro trapano di punta (questa mi è scappata) è un concentrato di tecnologia frutto di anni di ricerche e di sofisticati test in situazioni estreme”, beh non c’è che dire, la frase è forbita. Ma viene letteralmente travolta dalla concretezza di “Lo accendi, fai il buco e fissi la mensola nel muro. Dopo 10 minuti i tuoi libri sono già sullo scaffale”.

Per arrivare subito al sodo occorre rispondere a una domanda fondamentale: se i miei interlocutori chiudono gli occhi, sono in grado di immaginare vividamente quello che gli ho raccontato?

La credibilità

Puoi presentare tutti i dati e le statistiche del mondo, ma se le persone non sono in grado di conservare il ricordo è tutta fatica sprecata. Dimostra i tuoi numeri (in tutti i sensi) con un esempio pratico. Questa è la credibilità.

Quando Steve Jobs ha presentato il MacBook Air non ha detto “Abbiamo fatto il computer più sottile del mondo”, sciorinando una caterva di caratteristiche tecniche. Semplicemente, l’ha estratto da una busta postale. Era il 2008 e ancora abbiamo memoria di quel gesto.

L’emozione

Una volta dimostrata la credibilità, viene il momento di connettere emotivamente le persone con il tuo messaggio. Le storie sono lo strumento per “tirare le corde del cuore”. Non c’è partita, i sentimenti battono le informazioni 10 a 0.

Cose c’è di più pratico di una mappa satellitare che indica il percorso da un punto a un altro? Solo tecnica? Sì, se vogliamo semplicemente informare. Invece, anche uno strumento utile come Google Maps può essere utilizzato per raccontare una storia e trasformare l’informazione in emozione.

L’inatteso

Come è noto, non fa notizia un cane che morde un uomo, ma il contrario decisamente sì. Oppure, venire morsi da un cane ricade nell’ordine naturale delle cose, mentre secca (e fa ridere) quando si viene addentati da una pecora.

Il fatto diventa inatteso quando viene violato un modello precostituito assunto come ordine naturale delle cose. Ecco allora che scatta la curiosità di “sapere (e vedere) come andrà finire”.

Sommario
E facciamolo virale!
Titolo
E facciamolo virale!
Descrizione
Ci sono post che totalizzano milioni di visualizzazioni. Come fanno? A volte, le dinamiche sono imprevedibili, ma spesso è una questione di tecnica.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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Una risposta a “E facciamolo virale!”

  1. I sentimenti battono le informazioni 10 a 0

    Bella !!!

    Ed ho capito che è proprio ora di imparare o perfezionare l’inglese !

    saluti
    fabio

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