Vediamo la realtà o la nostra rappresentazione della realtà?

Da un tempo che non ricordo quanto lontano, mi porto appresso delle sensazioni che poi faccio coincidere con la realtà delle cose. Fra queste, l’odore dei libri, della cancelleria, dell’inchiostro e, non so bene attraverso quale processo mentale, le elaboro per costruire (e narrare) una realtà “oggettivamente” personale (forse, intima).

Guardo il libro davanti a me, lo vedo (e sicuramente esiste) e ne avverto l’odore, ma quando chiudo gli occhi la sola percezione olfattiva è sufficiente per farmi dire che c’è (esiste) ancora? È plausibile sostenere che in fondo in fondo siano solo le mie percezioni a sostenere l’esistenza della realtà? E se così fosse, lo stesso libro viene “visto” da tutti nella stessa maniera?

La “realtà” non è mai stata la stessa

Prima che arrivasse Pitagora, la Terra “sembrava” piatta, più o meno con la forma di un “corto cilindro”, per dirla con la rappresentazione fatta da Anassimandro. Allo stesso modo, la concezione tolemaica ha resistito fino alle valutazioni “rivoluzionarie” di Copernico. Chiamateli, se volete, difetti di percezione.

Tuttavia, la faccenda che mi ha sempre intrigato di più è stata quella elaborata da Galileo Galilei, non tanto per tutta la storia del cannocchiale e delle sue intuizioni fondamentali sull’eliocentrismo, ma per aver inoculato il dubbio che i sapori, gli odori e gli stessi colori ci sono solo fino a quando esiste un essere vivente che li percepisce. Che dire, una bella mazzata per l’oggettività del mondo.

Non c’è bisogno di molta profondità neuroscientifica per sostenere che gli occhi non sono delle semplici macchine fotografiche che registrano delle visioni, ma le loro “catture” sono soggette a ricostruzioni cerebrali necessariamente differenti da individuo a individuo. Ma già Schopenhauer aveva capito tutto.

Il triangolo di Kanizsa è un chiaro esempio di come il cervello ricostruisca volta per volta la realtà “fotografata” dagli occhi. Alcuni ci vedono un triangolo bianco (che non c’è), altri un triangolo con il bordo nero (che non c’è), per finire con quelli che osservano semplicemente tre Pac-Man (che ci assomigliano, ma si tratta anche in questo caso di una visione interpretata che rimanda a qualcosa di già visto).Trinagolo di KanizsaPer essere ancora più espliciti, le affascinanti raffigurazioni digitali in 3D sono immagini piatte che assumono la voluta forma dimensionale solo nel cervello. In maniera del tutto simile, si incardinano i presupposti che stanno alla base delle interfacce utente, ossia rappresentazioni di funzioni, di idee, di mondi. Si tratta senza dubbio di spazi percepiti come artificiali, ma al tempo stesso elaborati secondo costruzioni cognitive non dissimili da quelle operate sul mondo reale.

Lo scambio dialettico fra coscienza e materia

Di certo i bit hanno scombussolato un po’ tutto, ma mi piace pensare a una dialettica dove è la coscienza a determinare la materia, o perlomeno la sua cifra significativa.

Se così stessero davvero le cose, il confine fra immaginario e tutto ciò che azzardiamo chiamare “mondo oggettivo” si ridurrebbe a una sorta di porto delle nebbie, dove ancora una volta vincerebbero le rappresentazioni individuali. È questo il posto della poesia, della metafora, della visione che a un certo punto della nostra evoluzione fa scoprire la sfericità del nostro pianeta.

Il pomodoro che ci hanno lanciato (spero di no!) è fatto della stessa materia del pomodoro che stiamo cucinando, ma siamo noi a stabilirne il significato. In assenza di un essere pensante, il pomodoro esisterebbe?

Il punto è che noi non vediamo la realtà così com’è, millenni di evoluzione ci hanno messo davanti agli occhi una specie di spazio percepito (un desktop?) e più il processo avanza, con tutto il suo corollario di complessità (non fosse altro che per l’incessante produzione di teorie intellettuali e oggetti artificiali) maggiore diventa il tasso di rappresentazione e, di converso, d’interpretazione.

L’esperienza che facciamo con lo spazio-tempo e con gli oggetti (naturali e artificiali) esiste solo perché, per quanto possiamo fare fatica a immaginarlo, non riusciamo a vedere senza vedere. Una cosa completamente diversa dal guardare (ammesso che esista come modalità esclusiva) per il semplice fatto che nel vedere è impossibile isolare l’idea. Ed è per questo che ci piace rappresentare (sognare?) mondi fatti di una materia che coincide con le nostre sensazioni, percezioni, emozioni.

Sommario
Vediamo la realtà o la nostra rappresentazione della realtà?
Titolo
Vediamo la realtà o la nostra rappresentazione della realtà?
Descrizione
Possiamo dire che esiste una realtà oggettiva? Probabilmente no, anche perché qualsiasi pezzo di mondo è sempre soggetto alla nostra interpretazione.
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Sergio Gridelli Blog
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3 risposte a “Vediamo la realtà o la nostra rappresentazione della realtà?”

  1. Come tanti altri tuoi articoli, anche questo mi “costringe” a un’analisi introspettiva delle mie esperienze e mi aiuta nella ricerca di soluzioni importanti a molti interrogativi. Lasciando a me stessa la scelta di risposte, più o meno giuste (dipende dalla realtà che voglio rappresentare?), alle mie personali esperienze, faccio una riflessione più generale e mi chiedo se c’è una connessione fra la realtà rappresentata e la verità. Se la realtà di ognuno di noi è differente da quella di tutti gli altri, allora è anche vero che ognuno di noi ha una sua verità. Non esiste quindi una verità assoluta, o meglio, citando Nietzsche “la verità è che la verità cambia”. Se sei d’accordo con questa riflessione, ti chiedo: oggi che la realtà è il risultato della fusione della rappresentazione e interpretazione di due mondi: Novecento (analogico) e Millennials (digitale), è ancora difficile, più difficile o impossibile trovare una verità?
    Grazie e buona serata.

    1. I due mondi, quello analogico e quello digitale, trovano un punto di contatto nel concetto di network. In fondo, quelli che chiamiamo sbrigativamente social network non sono altro che interazioni sempre esistite. Non è necessario un media per rendere concreta una rete sociale. Il digitale, in un certo senso, ha solo polverizzato il vincolo spaziale della comunicazione fra gli esseri umani.
      Circa l’interpretazione della realtà o, per meglio dire, la rappresentazione della sua frazione materiale, non c’è dubbio che ognuno elabori la sua. Tanto più che lo stesso individuo, nel corso della sua vita, può maturare rappresentazioni diverse del medesimo oggetto (o soggetto) del reale.
      Sulla verità il discorso si fa più complesso. Anche perché, come sostiene il buon vecchio Nietzsche, non è un sistema stabile nel tempo. Ogni epoca, per così dire, ha la sua verità. Tuttavia, lasciando l’indeterminatezza della rappresentazione ai sistemi organici-inorganici e a tutta la sfera della comunicazione interpersonale, mi piace credere che i sistemi psichici, nella loro incessante riproduzione dei processi cognitivi, si facciano carico anche di definire un’etica condivisa e per nulla incline alle interpretazioni.
      Le sopraffazioni, le violenze e, per andare fino in fondo, la soppressione fisica di una persona fanno (o dovrebbero) attivare la protezione insindacabile dei valori.
      Un verità che il tempo trasforma e, in taluni casi, cancella. Ci sono voluti secoli per affermare come verità che gli esseri umani nascono liberi (la schiavitù ha resistito per buona parte del Novecento, e in alcune zone geografiche sussiste ancora). Ma nonostante ciò, il XX secolo è stato uno dei più violenti della storia.
      L’olocausto, i campi di concentramento, le persecuzioni razziali e ideologiche, in qualsiasi tempo si verifichino, non sono negoziabili con la modalità dell’interpretazione. Ecco allora farsi strada l’intangibilità della “vera verità” che resiste a qualsiasi mutamento, oltre che essere l’unico (vero) scopo del genere umano. A questo livello, conta poco o niente che l’ambiente sia fatto di bit o di atomi.

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